Perché alcune persone sono resistenti al virus del Covid-19?

Perché alcune persone sono resistenti al virus del Covid-19?
Ultima modifica 03.02.2021
INDICE
  1. Cosa dice lo studio
  2. Le caratteristiche di chi è più colpito dal virus
  3. I passi della ricerca

Esistono soggetti che non hanno alcuna probabilità di contrarre il Covid-19? A quanto pare sì. O almeno questo è quanto scoperto da uno studio internazionale portato avanti, per la parte italiana, da un team di ricercatori dell'Università romana di Tor Vergata.

Cosa dice lo studio

I ricercatori che hanno partecipato alla ricerca, che sono stati guidati dal professore di genetica medica Giuseppe Novelli, hanno lavorato all'interno di un gruppo di 250 laboratori coordinati dal professor Jean Laurent Casanova della Rockfeller University di New York.

A portarli alla conclusione che esistano casi di immunità al Coronavirus, l'osservazione di persone che, nonostante contatti diretti ed estremamente ravvicinati con soggetti positivi, non ne sono state contagiate, quasi come se potessero contare su una barriera, invisibile ma molto efficace e resistente, in grado di proteggerle. «Sono persone che sicuramente sono state esposte, quindi a contatto, con chi aveva la malattia in atto, ma nonostante ciò risultano negative a ogni tipo di test, sia molecolare sia sierologico, oltre che risultare corrispondenti a tutta una serie di criteri che servono a identificare in modo chiaro questa condizione. Stiamo raccogliendo soggetti con queste caratteristiche in giro per il mondo per analizzarli geneticamente, mettere insieme i dati e vedere cosa possano raccontarci», ha affermato Giuseppe Novelli, genetista del Policlinico Tor Vergata di Roma e presidente della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano, capogruppo del team italiano degli scienziati impegnati nello studio.

Il nome con il quale vengono identificati questi super fortunati è resistenti, appellativo più che mai calzante ed evocativo, che ricorda sia la resistenza fisica al virus sia quella psicologica alla pandemia.

Cosa renderebbe insensibili al virus

Per la scienza l'esistenza di persone resistenti ai virus non è una novità, visto che si tratta di eventualità che si presentano quasi sempre, ma in questo caso la sfida è stata individuare le cause di questo fenomeno.

A rendere alcune persone di fatto immuni al contagio da Sars-Cov2 sarebbero soprattutto specifiche condizione genetiche, in grado di indurre una risposta immunitaria differente rispetto a quella della stragrande maggioranza della popolazione. Questa casistica ricorda in parte quella già riscontrata con altre malattie, come l'Hiv, dove la delezione del gene, il CCR5 delta 32, conferisce a chi la possiede una sorta di resistenza nei confronti dell'infezione. Nonostante i numerosi studi portati avanti negli anni, anche in quel caso i meccanismi della protezione non sono tutt'ora del tutto chiari. Così come quelli relativi all'immunità da Covid-19.



Le caratteristiche di chi è più colpito dal virus

Al momento, le uniche certezze sono che esistono determinate condizioni in grado di rendere alcune persone più o meno suscettibili al Coronavirus.

Oltre alla genetica, un ruolo importante sarebbe giocato anche dai gruppi sanguigni. «Che il gruppo sanguigno influisca sul contagio e sulla malattia lo ha dimostrato anche uno studio canadese condotto su oltre 220mila persone, e apparso alcuni mesi fa sugli Annals of Internal Medicine», spiega l'infettivologo Roberto Cauda, ordinario di malattie infettive all'Università Cattolica e direttore dell'Unità operativa di malattie infettive del Policlinico Agostino Gemelli Irccs di Roma. Secondo quella ricerca, il gruppo sanguigno 0 avrebbe il 12% di possibilità in meno di contrarre il virus, percentuale che migliora, salendo fino al 21%, in caso di Rh negativo. Le persone aventi il sangue di gruppo A e AB, invece, sembrerebbero essere più suscettibili al virus del Covid-19.

I passi della ricerca

«Abbiamo cominciato a concentrarci sul Dna delle persone perché è lì che risiedono le differenze genetiche» ha affermato il prof. Giuseppe Novelli.

Il primo passo compiuto dagli esperti è stato quello di puntare lo sguardo su chi la malattia l'ha contratta in modo serio. «Per prima cosa abbiamo studiato i casi gravi, ovvero quelli più interessanti da un punto di vista scientifico perché la genetica si focalizza sugli estremi per trovare le differenze», afferma il Prof. Novelli.

Il ruolo dell'interferone

Dalle osservazioni è emerso che la probabilità di contagiarsi o meno sarebbe determinata anche dall'interferone. Come specificato dettagliatamente dal report della ricerca di Tor Vergata, pubblicata sulla prestigiosa rivista Science, «Gli individui che mancano di IFN (interferoni) specifici possono essere più suscettibili alle malattie infettive».

Alla fine della dettagliata osservazione, è stato riscontrato che il 10-12% dei malati gravi di Covid-19 ha riportato differenze genetiche nella produzione dell'interferone, la molecola di difesa numero uno che il corpo produce quando si infetta. Contrariamente a quanto comunemente pensato, infatti, la prima linea di difesa del nostro organismo in caso di attacco di un virus non è costituita dagli anticorpi, ma dalle molecole che cercano di neutralizzare o bloccare il virus.

Nello specifico, il team di ricerca si è reso conto che i soggetti che si ammalano più gravemente non producono interferone. «In loro mancava la prima linea di difesa chiamata 'immunità innata', ed è importantissima perché se difettosa, è chiaro che il virus vive e trova terreno fertile».