Stanchezza Dopo Pasto, Sonno e Narcolessia

Stanchezza Dopo  Pasto, Sonno e Narcolessia
Ultima modifica 10.10.2019
INDICE
  1. Stanchezza dopo un Pasto Ricco di Carboidrati: da cosa dipende?
  2. Stanchezza e Sonnolenza quando fa Caldo
  3. Cos’è il Sonno?
  4. Sonno, Sogni e Attività Cerebrale
  5. Colpi di Sonno: Prevenzione
  6. Red Bull: Rimedio per il Sonno al Volante?
  7. Morbo di Alzheimer: prevenirlo con il giusto Sonno
  8. Narcolessia: storia della malattia
  9. Narcolessia e celebrità
  10. Disturbi del Sonno: la Sindrome del Turnista
  11. Insonnia e Melatonina: quando è utile?
  12. Sonno: perché evitare Tablet e Cellulari prima di dormire
  13. Cefalea Ipnica: che cos’è?
  14. Perché appena svegli l'Alito ha un Cattivo Odore?

Stanchezza dopo un Pasto Ricco di Carboidrati: da cosa dipende?

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La spiacevole sensazione di stanchezza e sonnolenza dopo un pasto ricco di carboidrati sembra essere un problema alquanto comune. I medici la ritengono un possibile sintomo dell'insulino-resistenza, ma di certo tale sensazione abbraccia anche persone in perfetta salute.

Le possibili ragioni alla base del fenomeno sono numerose.

Una delle ipotesi più recenti chiama in causa le cosiddette esorfine, dei peptidi oppioidi - come la cosiddetta gliadorfina o gluteomorfina - che si formano durante la digestione del glutine. Tali peptidi, analoghi alle ormai famose endorfine, se assorbiti tali e quali sarebbero in grado di legarsi ai recettori oppiodi del cervello, disturbandone l'attività. In soggetti con un'esagerata permeabilità intestinale (vedi sindrome dell'intestino gocciolante), l'assorbimento di questi peptidi potrebbe perturbare l'attività cerebrale, al punto da avere un ruolo nella comparsa dell'autismo nei bambini. Si tratta comunque di un'ipotesi piuttosto recente e priva di significative conferme scientifiche.

Ben più navigata è l'ipotesi secondo cui a causare il senso di stanchezza e sonnolenza dopo un pasto ricco di carboidrati sarebbe la congestione gastrointestinale, legata all'impegno digestivo. In sostanza, per digerire un pasto particolarmente abbondante, gli organi digestivi richiedono grandi quantità di ossigeno, ottenuto riducendo il flusso di sangue in altri distretti a favore di quello digestivo. La stanchezza e la sonnolenza sarebbero quindi una conseguenza del ridotto apporto di sangue al cervello. Anche tale ipotesi appare comunque piuttosto remota, in quanto il flusso di sangue e ossigeno al cervello è strettamente regolato e non diminuisce significativamente dopo i pasti.

Un'altra ipotesi piuttosto comune riguarda lo stato di ipoglicemia reattiva conseguente alla massiccia secrezione insulinica. Dopo un pasto ricco di carboidrati, accade infatti che grosse quantità di glucosio si riversino rapidamente nel torrente ematico, determinando un grosso aumento della glicemia; il pancreas risponde a tale condizione rilasciando ingenti quantità di insulina nel circolo ematico.
L'insulina agisce favorendo l'ingresso del glucosio dal sangue alle cellule; di conseguenza, quando ne viene secreta troppa il glucosio nel sangue si abbassa eccessivamente e insorgono i sintomi tipici dell'ipoglicemia, tra cui appunto la sonnolenza.
L'insulina favorisce anche l'ingresso di potassio nelle cellule, per cui un eccesso dell'ormone potrebbe creare uno stato di leggera ipokaliemia (ridotta concentrazione di potassio nel sangue), responsabile di affaticamento e debolezza muscolare.

Reiterata è anche l'ipotesi secondo cui le ingenti quantità di carboidrati introdotte con la dieta favorirebbero l'aumento della concentrazione relativa di triptofano a livello ematico, grazie allo stimolo sull'ingresso dei BCAA nei muscoli. In questo modo, venendo meno la competizione dei BCAA, verrebbe favorito l'ingresso del triptofano a livello cerebrale. Una volta entrato nel cervello, tale amminoacido viene utilizzato per la sintesi di serotonina e melatonina, entrambe favorenti l'addormentamento.

Stanchezza e sonnolenza dopo pasti abbondanti potrebbero dipendere anche dal ridotto tono del sistema nervoso simpatico a favore del parasimpatico; mentre il primo è massicciamente attivo in condizioni di digiuno, di paura e di pericolo, il secondo prevale in condizioni di benessere (digestione, quiete, recupero fisico e riposo) e favorisce quindi il rilassamento e l'addormentamento.

Stanchezza e Sonnolenza quando fa Caldo

Il nostro organismo risponde alle alte temperature ambientali con diversi meccanismi difensivi, finalizzati al mantenimento di una temperatura interna relativamente costante. Il corpo umano è infatti in grado di tollerare un abbassamento della temperatura profonda di 10°C, ma difficilmente sopporta aumenti superiori ai 5°C.

IMPORTANZA DELLA VASODILATAZIONE CUTANEA

Tra le difese utilizzate per evitare danni da calore agli organi interni, la vasodilatazione periferica gioca un ruolo importante, perché aiuta a massimizzare la dissipazione di calore. Pertanto, in climi particolarmente caldi i vasi della pelle si dilatano per trasportare alla superficie cutanea maggiori quantità di calore. Il sangue, infatti, può essere considerato un liquido di trasporto di calore; si parla, in particolare, di convezione circolatoria per indicare quel fenomeno per cui il calore destinato ad essere disperso viene trasportato dalla sede di produzione (organi interni) alla superficie corporea mediante il circolo ematico.

Arrivato a livello cutaneo, il calore viene disperso per conduzione, convezione e radiazione (oltre che per evaporazione del sudore). Dunque, se arriva più sangue alla pelle, viene trasportata ad essa (e conseguentemente dispersa) una maggiore quantità di calore.

Il sangue che ha ceduto calore a livello dei capillari cutanei raffredda il corpo mescolandosi con il sangue proveniente dagli organi interni più caldi. Pertanto, la vasodilatazione periferica facilita la perdita di calore e con essa il raffreddamento del corpo.

CALDO E PRESSIONE BASSA

La vasodilatazione periferica in ambienti caldi porta con sé alcuni svantaggi, legati alla caduta della pressione arteriosa. Se la superficie capillare aumenta, infatti, la pressione del sangue si riduce e questo può causare qualche problema, soprattutto ai soggetti che lamentano già livelli pressori inferiori alla norma o soffrono di problemi cardiocircolatori. Questo perché in simili circostanze l'apporto di sangue al cervello diminuisce, per cui il soggetto può sentirsi affaticato, assonato e privo di energie, fino ad avvertire un senso di mancamento.

Tali sensazioni possono essere aggravate dalla disidratazione. La perdita importante di liquidi corporei con la sudorazione, infatti, riduce il volume ematico e ciò contribuisce ulteriormente ad abbassare la pressione arteriosa, accentuando problemi di stanchezza, sonnolenza e vertigini.

Se poi il riscaldamento dell'organismo è particolarmente rapido e violento, la brusca vasodilatazione periferica può portare ad una caduta pressoria talmente rapida e importante da generare uno stato di shock. Quando invece l'esposizione al calore è prolungata, il calo della pressione arteriosa dovuto alla marcata vasodilatazione, con edema (gonfiore) delle zone periferiche, può portare a svenimento (perché riduce la gittata cardiaca).

Ai primi sintomi di mancamento - come vertigini, sudore freddo, offuscamento visivo o secchezza delle fauci - è opportuno far assumere al soggetto una posizione distesa con le gambe sollevate rispetto al busto.

Cos’è il Sonno?

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Il sonno è un meccanismo naturale, comune a tutti i mammiferi. All'inizio, era considerato un processo necessario per il riposo cerebrale; oggi sappiamo, però, che alcune regioni del cervello sono più attive quando si dorme rispetto allo stato di veglia.

Il sonno, pertanto, può essere definito come un periodo di diminuita attività motoria e percettiva che segue un ritmo circadiano. Durante questa "sospensione", i processi della vita vegetativa restano attivi: si continua a respirare, il cuore non cessa di battere, la circolazione sanguigna non si interrompe e la produzione di ormoni non si arresta. Anche la percezione non è assente, in quanto una persona può essere svegliata da uno stimolo sonoro o tattile ed occasionalmente si può verificare un'attività muscolare (ad esempio, quando si cambia posizione nel letto).

Molte teorie sono state avanzate per spiegare il ruolo fisiologico del sonno. Alcuni ricercatori ritengono che la funzione del sonno sia prevalentemente di ristoro per permettere l'organismo di recuperare le energie spese nelle attività diurne. Altre evidenze sperimentali hanno dimostrato che il riposo notturno può facilitare l'immagazzinamento delle informazioni utili acquisite durante la veglia ed aiuta a consolidare le esperienze vissute. Dati recenti, inoltre, dimostrano l'implicazione del sonno nei meccanismi di difesa immunitaria: alcuni animali, privati del riposo per un lungo periodo, infatti, si sono rivelati più facilmente soggetti ad infezione.

Sonno, Sogni e Attività Cerebrale

Molto di quanto è in nostra conoscenza sul sonno e sui suoi effetti deriva da studi di elettroencefalografia, una tecnica che basata sull'applicazione di elettrodi a livello del cuoio capelluto per registrare l'attività elettrica cerebrale. La registrazione di tale attività, che si manifesta con onde cerebrali, è nota come elettroencefalogramma (EEG). Usando questa tecnica, i ricercatori hanno individuato due stadi distinti del sonno, ciascuno caratterizzato da specifici cambiamenti fisiologici: il sonno ad onde lente ed il sonno REM (dall'inglese "Rapid Eye Movement").

Sonno ad onde lente o sonno non-REM (NREM)

Il sonno non-REM costituisce circa il 75-80% del tempo totale di riposo nei soggetti adulti; consiste in 4 stadi caratterizzati da un incremento della profondità del sonno.

Durante il sonno ad onde lente, il cervello emette onde elettriche a bassa frequenza (nella veglia, le onde cerebrali sono veloci e irregolari). Il tono muscolare è diminuito, ma occasionalmente si registrano attività motorie involontarie (quando, ad esempio, si cambia posizione nel letto). Anche la pressione, la temperatura e il battito diminuiscono.

Durante il sonno ad onde lente una persona può pensare e sognare, ma i pensieri sono più logici e con minor contenuto emozionale rispetto a quelli che si realizzano durante il sonno REM. I sogni sono poco dettagliati e spesso comprendono sensazioni e vaghe immagini.

Sonno REM

Il sonno REM segue ogni ciclo di sonno NREM (nota: le fasi del sonno non si verificano una sola volta a notte, ma si alternano più volte per un totale di 5-6 cicli completi della durata di 90-100 minuti). Questo stadio è caratterizzato da onde elettroencefalografiche ad alta frequenza e da episodi di rapidi movimenti oculari al di sotto delle palpebre chiuse. I muscoli posturali perdono tono, tuttavia i muscoli che controllano la faccia, gli occhi e la porzione distale delle gambe frequentemente diventano attivi in modo fasico.

Il sonno REM corrisponde a circa il 20% del tempo totale di riposo. Rispetto al sonno ad onde lente, in questo periodo vi è un aumento dell'attività cerebrale tranne che nel sistema limbico, dove, al contrario, l'attività neuronale diminuisce. È in questo stadio che si verifica l'attività onirica: i sogni sono più elaborate ed intensi e sono generalmente molto articolati. Nel sonno REM, i pensieri sono più illogici e bizzarri rispetto al sonno ad onde lente.

Colpi di Sonno: Prevenzione

La privazione del riposo notturno può causare colpi di sonno, cioè addormentamenti improvvisi. Quando una persona durante la notte dorme poco, infatti, è soggetta a sonnolenza e stanchezza psico-fisica il giorno successivo.

I segnali che più comunemente preannunciano un colpo di sonno sono le palpebre pesanti, gli occhi che bruciano, lo sbadigliare frequente, la sensazione di freddo, la difficoltà nella messa a fuoco, la percezione di suoni ovattati, l'incapacità di ricordarsi le ultime cose fatte e lo stato di sovrappensiero.

Prevenire i colpi di sonno è possibile rispettando il proprio orologio biologico interno. Ciascuno di noi ha esigenze di sonno e veglia personali, che deve imparare a conoscere ed assecondare, per non avere "debiti" di sonno da scontare successivamente. Infatti, c'è chi ha bisogno di dormire più a lungo e chi si riposa in poche ore, chi si sta meglio se dorme a lungo la mattina e chi si alza presto.

Il colpo di sonno è un fenomeno insidioso, da cui possono conseguire situazioni di pericolo. Prima di iniziare un'attività che richiede concentrazione, come la guida, è utile non mangiare in abbondanza ed evitare assolutamente alcol e sostanze psicotrope. In automobile, quando i segnali rivelano l'imminente approssimarsi del colpo di sonno, il consiglio è di fermarsi e riposare per almeno 20-30 minuti prima di riprendere il viaggio. È utile, poi, verificare con il proprio medico se i medicinali che si stanno eventualmente assumendo possono dare sonnolenza (quali sedativiantidolorifici, tranquillanti ecc.).

Red Bull: Rimedio per il Sonno al Volante?

Secondo l'ACI, tra gli incidenti stradali mortali, il fantomatico "colpo di sonno" (indotto soprattutto da: disidratazione, sonnolenza e difficoltà di concentrazione alla guida) miete in Italia fino ad 800 vittime l'anno; ovviamente, il numero dei feriti e (fortunatamente) degli illesi coinvolti in eventi del genere aumenta a dismisura.
L'importanza di questa complicazione per gli automobilisti è di importanza tale che, dal 2006 al 2013, "Autostrade per l'Italia s.p.a." ha offerto il caffè gratis di notte in Autogrill, per la precisione dalle ore 00:00 alle 05:00. L'intervento era finalizzato a ridurre gli incidenti stradali che, ben per il 40%, avvengono tra le 23:00 e le 06:00. I tredici milioni di caffè distribuiti negli orari menzionati sono serviti ad aumentare i livelli di caffeina nel sangue, utile ad incrementare i riflessi e la concentrazione (si spera…).
A tal proposito, Joris Verster e colleghi dell'Università di Utrecht hanno effettuato una sperimentazione associando l'assunzione di Red Bull alla guida. E' stato concluso che la bevanda "Energy Drink" riduce la sonnolenza e migliora le prestazioni di guida del conducente durante i viaggi prolungati in autostrada.
Una valida alternativa ai caffè che, dal 2013, non sono più gratis di notte tanto quanto di giorno!

Morbo di Alzheimer: prevenirlo con il giusto Sonno

In base ai risultati degli ultimi studi, medici e ricercatori ritengono che il morbo di Alzheimer – forma di demenza purtroppo molto comune e ancora incurabile – possa essere prevenuto in vari modi.

Il corretto riposo notturno è uno di questi.

Infatti, è stato dimostrato che dormire regolarmente e un giusto numero di ore per notte migliora le capacità cognitive e preserva da un deterioramento veloce delle cellule nervose cerebrali; mentre riposare poche ore al giorno o in maniera discontinua pregiudica le capacità di pensiero, di problem-solving, di acquisizione di nuove informazioni e di memoria.

Ricordando ai lettori che le ore di sonno notturno dovrebbero essere 7-8, vediamo insieme quali sono gli aspetti del riposo giornaliero a cui prestare massima cura:

  • Avere un sonno regolare. Ciò significa non solo dormire un giusto quantitativo di ore, ma anche andare a letto sempre alla stessa ora. Il cervello ha bisogno di una certa regolarità notturna, per stare bene. La conferma di quanto appena detto arriva da chi va abitualmente a letto presto: il giorno dopo aver fatto le "ore piccole" si sente frastornato e intontito, anche se ha dormito a sufficienza.
  • Non esagerare con il cosiddetto riposino pomeridiano. Molte persone anziane hanno l'abitudine di riposarsi al pomeriggio, per riprendere le forze. Questo riposo, però, non dovrebbe superare i 30 minuti, in quanto in caso contrario a risentirne è il sonno notturno.
  • Non avere televisione e/o computer in camera da letto. Questa stanza deve essere riservata esclusivamente al sonno notturno e alla vita coniugale. Eventuali distrazioni potrebbero ridurre il numero di ore dormite alla notte e minare la routine del sonno.
  • Trovare un'attività rilassante che "faccia prendere sonno". Si tratta di una sorta di rituale che facilita l'addormentamento. Per esempio, qualcuno trova efficace scrivere qualche riga sul diario personale, leggere alcune pagine di un libro o del quotidiano del giorno, fare un bagno caldo ecc.
  • Se non si riesce a prendere sonno, alzarsi dal letto e dedicarsi ad altre attività per 20-30 minuti. Può capitare che lo stress e l'ansia non facciano prendere sonno con facilità; in tali frangenti si consiglia di non rigirarsi nel letto, ma distrarsi con altro e in un'altra stanza della casa.

Narcolessia: storia della malattia

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La narcolessia è una patologia cronica, probabilmente legata a un problema di tipo neurologico, che scatena improvvisi episodi di sonnolenza diurna (cioè durante il giorno).

Questi anomali "attacchi di sonno" si verificano anche in momenti assai attivi della giornata: può capitare, infatti, che il narcolettico si addormenti nel bel mezzo di un pasto, durante l'attività lavorativa o durante una conversazione.

Inoltre, chi è affetto da narcolessia

  • Avverte una stanchezza persistente, di cui non riesce a liberarsi facilmente;
  • Perde il controllo dei propri muscoli, specie dopo forti emozioni (cataplessia);
  • Soffre di paralisi del sonno e di disturbi notturni del sonno. Quest'ultimi, secondo diversi studi, sono dovuti a un'errata alternanza tra la fase REM e la fase NON-REM del sonno
  • Denuncia allucinazioni

Le precise cause della narcolessia sono ancora poco chiare. 
Secondo alcuni ricercatori, giocherebbe un ruolo da protagonista un peptide del cervello (N.B: un peptide è una proteina molto piccola), chiamato orexina o ipocretina.

L'orexina è un neurotrasmettitore che regola il susseguirsi ordinato delle fasi REM e NON-REM del sonno.

Nelle persone narcolettiche, pare che la quantità di ipocretina sia inferiore al normale, il che provoca un dissesto delle suddette fasi del sonno.

Il primo ricercatore a coniare il termine narcolessia fu un medico francese di nome Jean-Baptiste Edouard Gélineau, nel 1880. Gélineau descrisse gli effetti della malattia su un mercante di vino che manifestava sonnolenza e continui "attacchi di sonno".

Occorre precisare, tuttavia, che l'insieme di disturbi, indicato poi con il termine di narcolessia, era già stato delineato, tra il 1877 e il 1878, da due medici tedeschi di nome Westphal e Fisher.

Passando quindi al novecento, precisamente a cavallo tra anni gli '20 e gli anni '30, i ricercatori che descrissero in maniera approfondita i caratteri della narcolessia e il comportamento anomalo dei narcolettici furono diversi (AdieWilson e Daniels).
È in questo stesso periodo che venne coniato il termine "paralisi del sonno" per identificare l'incapacità di muoversi di un narcolettico, al momento del risveglio.

Nel 1957, fu definitivamente sancito il legame tra narcolessia e presenza di: sonnolenza diurna, cataplessia, paralisi del sonno e allucinazioni.

Tre anni più tardi, nel 1960Vogel – un esperto di disturbi del sonno – identificò per la prima volta, nei soggetti narcolettici, l'esistenza di un'alterazione tra le fasi REM e NON-REM.
Le scoperte di Vogel furono confermate da un certo Kleitman.

Dal 1960 in poila medicina del sonno fece notevoli passi in avanti e i centri per lo studio delle malattie del sonno si diffusero sempre più.

La scoperta dell'ipocretina risale al 1998 e le ipotesi sul suo possibile ruolo stanno caratterizzando tutti gli studi degli ultimi anni.

Narcolessia e celebrità

La narcolessia è una patologia cronica, probabilmente legata a un problema di tipo neurologico, che causa improvvisi attacchi di sonnolenza diurna (ovvero durante il giorno).

Questi particolari "attacchi di sonno" avvengono anche in momenti assai attivi della giornata: può capitare, infatti, che l'individuo narcolettico si addormenti mentre sta mangiando, durante l'attività lavorativa o durante una conversazione.

Inoltre, chi è affetto da narcolessia avverte una stanchezza persistente e di cui fatica a liberarsi; perde il controllo dei propri muscoli, manifestando cataplessia e paralisi notturne; soffre di disturbi notturni del sonno – dovuti, secondo gli studi più recenti, a un'errata alternanza tra la fase REM e la fase NON-REM del sonno – e talvolta denuncia allucinazioni.

Le precise cause della narcolessia sono, per il momento, ancora poco chiare. 
Recentemente è stata proposta una teoria che vede per protagonista un peptide del cervello (N.B: un peptide è una proteina molto piccola), chiamato orexina o ipocretina.

L'orexina è un neurotrasmettitore che regola le fasi REM e NON-REM del sonno.

Nelle persone narcolettiche, pare che la quantità di ipocretina sia molto ridotta, il che provoca un dissesto delle suddette fasi del sonno.

PERSONE FAMOSE CON LA NARCOLESSIA

La narcolessia è una malattia grave, fastidiosa e talvolta molto pericolosa (si pensi per esempio a un narcolettico alla guida di un auto).

Tuttavia, la sua insorgenza (o presunta tale) in alcune persone non ha impedito a queste di passare comunque alla storia e diventare famose. 
Gli individui narcolettici di una certa celebrità, a cui ci si sta riferendo, sono:

  • Winston Churchill (1874-1965). Inglese, fu un grande politico, ma anche uno storico e un giornalista di livello. Guidò la Gran Bretagna, col ruolo di primo ministro, durante la Prima Guerra Mondiale e vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1953.
  • Thomas Edison (1847-1931). Statunitense, appartiene a lui l'invenzione della lampadina. Oltre a essere un grande inventore, fu anche un noto imprenditore.
  • Louis Braille (1809-1852). Nato in Francia, è noto per l'ideazione dell'alfabeto per i non-vedenti, ovvero l'alfabeto Braille. 
  • Harriet Tubman (1822-1913). Statunitense e schiava, fu una famosa attivista per la libertà della popolazione afroamericana negli Stati Uniti.
  • Franck Bouyer. Nato in Francia nel 1974, è stato un famoso ciclista professionista per quasi un ventennio, precisamente dal 1995 al 2013. Nel 2004, è stato squalificato in maniera temporaneo, proprio a causa dell'uso di un farmaco per la narcolessia (o meglio la cataplessia indotta dalla narcolessia), il cosiddetto Modafinil.

N.B: su Churchill, Edison, Braille e Tubman non si hanno prove certe, poiché gli strumenti diagnostici del tempo non erano abbastanza all'avanguardia.

Altri personaggi famosi, ma meno noti dei precedenti (o noti solo a certi appassionati), sono: l'ex attore Arthur Lowe (1915-1982), l'ex portiere di calcio Aaron Flahavan (1975-2001) e il giocatore di football Sergio Kindle (1987).

Disturbi del Sonno: la Sindrome del Turnista

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In alcuni casi, i ritmi sonno-veglia subiscono delle variazioni nette a causa di impegni lavorativi difficili da controllare.

La sindrome del turnista colpisce le persone che devono cambiare il turno di lavoro almeno 3-4 volte nel corso di un mese; può interessare figure professionali impiegate nei settori della sanità, del commercio, della viabilità, dell'edilizia, dell'informazione ecc. Il ritmo di sonno-veglia è così inevitabilmente influenzato, soprattutto quando il periodo lavorativo coincide con l'abituale fase del sonno notturno. Le conseguenze includono stanchezza diurna e maggiore difficoltà a prendere sonno in orari sempre diversi della giornata. La sindrome del turnista può comportare anche maggiore irritabilità, problemi di concentrazione e diminuzione della velocità di reazione.

Possibili rimedi

Alcuni accorgimenti possono migliorare la situazione. Importante sarebbe non fare troppi turni di lavoro notturni di seguito: il corpo subirebbe uno squilibrio, come succede quando si viaggia attraversando Paesi con fusi orari differenti (jet lag). La gravità dei sintomi della sindrome del turnista, infatti, è proporzionale alla frequenza dei cambiamenti e alla durata dei turni di lavoro. Sono da preferire i turni a rotazione in senso orario (cioè dal giorno alla sera e alla notte) rispetto a quelli antiorari.

Tutte le persone che hanno un ritmo sonno-veglia completamente sconvolto per motivi di lavoro dovrebbero concedersi una breve pennichella pomeridiana. È stato dimostrato, infatti, che, in questi casi, i piccoli sonnellini allontanano la sonnolenza e migliorano le prestazioni.

Negli orari di veglia, i lavoratori devono ottimizzare l'esposizione alla luce intensa. Per favorire il sonno diurno, poi, è necessario riposare in un ambiente buio e silenzioso, ricorrendo a tapparelle, tende e finestre insonorizzate. Quando i sintomi persistono o interferiscono con la qualità della vita, il medico potrebbe consigliare l'uso di ipnotici-sedativi con un tempo di dimezzamento breve e di farmaci che promuovono lo stato di veglia.

Insonnia e Melatonina: quando è utile?

Per reimpostare i corretti ritmi sonno-veglia e favorire l'addormentamento può essere utile ricorrere alla melatonina, una sostanza prodotta dalla ghiandola pineale, che ha il compito di controllare i bioritmi.

La melatonina è utile in caso di disturbi del ritmo circadiano o contro le insonnie non gravi. A differenza dei sonniferi, non induce il sonno e non altera la struttura delle fasi del riposo notturno, ma lo favorisce.

La melatonina, infatti, regola gradualmente e in modo naturale l'orologio interno che scandisce i ritmi sonno-veglia. Si trova sotto forma di integratori alimentari, in gocce o compresse: si può scegliere la modalità che si preferisce, seguendo i dosaggi indicati sulla confezione. La melatonina va assunta almeno 1-2 ore prima di andare a letto. Quando serve, poi, una concentrazione dell'ormone sul lungo periodo (ad esempio per coprire l'intera notte), è utile la formulazione retard, a rilascio controllato.

Sonno: perché evitare Tablet e Cellulari prima di dormire

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Nelle ore che precedono il sonno, è bene evitare l'esposizione a fonti luminose e sonore poiché condizionano il nostro orologio biologico. La luce che proviene dalla tv, dallo schermo display del tablet, dagli smartphone o dal computer, in particolare, ha sul nostro cervello lo stesso effetto del sole: inibisce la produzione della melatonina, l'ormone del sonno, che favorisce l'addormentamento e svolge il fondamentale compito di regolare il ciclo sonno-veglia.

Un recente studio del Lighting Research Centre ha evidenziato come l'uso continuativo di cellulari o tavolette multimediali per appena due ore può ridurre la melatonina fino al 22%. L'abitudine di utilizzare questi dispositivi tecnologici per sfogliare pagine virtuali, leggere la posta elettronica, giocare e guardare videoclip prima di addormentarsi, quindi, può compromettere il sonno e portare direttamente all'insonnia. Anche i rumori improvvisi disturbano quindi il sonno, in quanto tengono in allerta i centri della veglia ed ostacolano il rilassamento.

L'ideale sarebbe ridurre l'esposizione agli schermi luminosi e agli stimoli sonori almeno nella mezz'ora prima di andare a letto. La stanza da letto, poi, va riservata al riposo: meglio non usarla per rispondere alla e-mail o guardare la televisione. Per stimolare la mente e favorire il sonno, è meglio affidarsi ad un libro di carta. Altra soluzione è quelle di riabilitare la vecchia sveglia per lasciare il cellulare lontano e spento dal comodino.

Cefalea Ipnica: che cos’è?

La cefalea ipnica è una forma di mal di testa che ha la caratteristica di comparire durante il sonno notturno (in alcuni casi, può manifestarsi nel corso del riposino pomeridiano); non si presenta, invece, quando si è svegli.

Questo particolare disturbo esordisce dopo i 50 anni di età e provoca un dolore sordo, paragonabile ad un "peso alla testa". L'attacco di cefalea ipnica colpisce entrambi i lati del capo nel 60% dei casi, dura da 15 a 180 minuti dopo il risveglio e la frequenza è di almeno 15 volte al mese. L'intensità del mal di testa è moderata e causa il risveglio del soggetto che ne soffre.

Le cause di questa forma di mal di testa sono sconosciute, ma, considerata la particolare modalità di presentazione, si ipotizza il coinvolgimento delle strutture ipotalamiche.

La cefalea ipnica trae beneficio dall'assunzione di una tazzina di caffè prima di andare a letto. Questo semplice rimedio permette di alleviare il dolore, consentendo un miglior riposo (anche se meno profondo).

Perché appena svegli l'Alito ha un Cattivo Odore?

Nella stragrande maggioranza dei casi, l'origine dell'alito cattivo risiede nel cavo orale e nell'attività metabolica dei batteri che lo popolano. Pertanto, attribuire l'alitosi del mattino a ciò che si è mangiato la sera precedente è quasi sempre sbagliato; fanno però eccezione i pasti ricchi di alimenti che apportano zolfo, come agliocipollaporribroccoli e spezie come il curry. Infatti, sia che provenga dallo zolfo assorbito a livello intestinale ed eliminato col respiro, sia che provenga dal cavo orale, il cattivo odore è in gran parte determinato da composti solforati volatili (i batteri della bocca producono queste sostanze metabolizzando amminoacidi contenenti zolfo presenti nella saliva e nei residui alimentari). Va anche ricordato che scorpacciate di alimenti molto ricchi di zolfo possono dare problemi di alitosi fino a 72 ore dopo il pasto.

Cibi a parte, l'alito cattivo al risveglio dipende generalmente dalla fisiologica diminuzione del flusso salivare nelle ore notturne. Durante il sonno, la bassa secrezione di saliva è infatti importante per evitare frequenti movimenti di deglutizione. Purtroppo, questa secchezza orale impoverisce la bocca di una protezione importante nei confronti dell'alitosi, rappresentata appunto dalla saliva; questa, infatti, deterge i denti rimuovendo i detriti alimentari, i residui batterici e le cellule epiteliali, oltre a tamponare l'acidità.

Per quanto detto, al mattino, soprattutto a livello linguale, si registra un'importante presenza dei microrganismi che producono sostanze responsabili di alitosi. 
Oltre a facilitare la proliferazione batterica e l'alito cattivo, la riduzione del flusso salivare notturna facilita l'insorgenza di processi cariosi, per cui è molto importante una corretta igiene orale prima di dormire.