Funzionalità Totale e Personal Coaching

Funzionalità Totale e Personal Coaching
Ultima modifica 20.02.2020
INDICE
  1. Introduzione
  2. A Cosa Serve
  3. Personal Coach
  4. Conclusioni

Introduzione

Quello di funzionalità totale è un concetto piuttosto avanzato, evoluto dal ben più noto principio di wellness.

personal coaching Shutterstock

Questo perché non si tratta di un risultato ottenibile tramite un banale protocollo di esercizio fisico e/o di una dieta, ma grazie a una serie di modifiche cognitive e comportamentali necessarie ad evolvere fisicamente e psicologicamente fino ad esprimere il massimo potenziale in termini di benessere, salute e prestanza atletica.

Il guadagno di tale efficienza ed efficacia psico-motoria ed emotiva impone di eseguire vari passi fondamentali, come "l'alfabetizzazione" igienico-alimentare, la "rieducazione" alla motricità, un perfezionamento (per quanto possibile) del proprio set "emotivo" e del modo di "relazionarsi"; semplificando: consapevolezza di sé e degli altri.

Il raggiungimento di consapevolezza e una maggior funzionalità totale si collocano sul compromesso indivisibile tra mente e corpo, e tra noi e gli altri. Come vedremo, perseguire tali obbiettivi può non essere semplice, poiché richiede di appassionarsi di allenamento, alimentazione, doti di apprendimento e comunicazione ecc.

Ma talvolta, per ragioni che esamineremo in seguito, le proprie forze possono non bastare; ecco che compare la figura del personal coach. Se la funzionalità totale rimpiazza il concetto di wellness, il personal coach è l'adattamento contemporaneo del vecchio personal trainer

A Cosa Serve

Importanza della funzionalità totale

Gli obbiettivi primari della ricerca di funzionalità totale corrispondono ai veri e propri benefici di questo "progetto di vita".

La funzionalità totale è da considerarsi come l'antonomasia di benessere, prestanza e forma; non riguarda quindi solo le capacità condizionali corporee, ma anche quelle mentali, emotive e sociali. Si tratta di un percorso che, alimentando la connessione tra corpo, cervello ed emozioni, nostre ed altrui, migliora le potenzialità mnemoniche, cognitive, intellettive, la gestione dello stress, l'efficienza fisiologica e le relative capacità organiche e metaboliche.

Guadagnare funzionalità totale significa in definitiva migliorare la qualità dell'essere e di una collettività. È poi ovvio che, di solito, si ottiene in parallelo anche un beneficio di natura estetica. Come diretta conseguenza di un maggior benessere e della consapevolezza di apparire meglio, si ha la conquista di maggior sicurezza e di un più alto livello di autostima.

In molti lettori si chiederanno che ruolo possa avere l'attività motoria in un progetto che sembra molto vicino alla cosiddetta "mindfulness". L'allenamento, qualunque esso sia – meglio se completo, in termini di movimento e metabolismo – è invece determinante, poiché costituisce un mezzo catalizzatore degli stati emotivi, riavvicinando l'individuo al "qui e ora" e rieducandolo a contemplare il "noi", con conseguente abbattimento del disagio fisico, psicologico e sociale. Parliamo anche di "sociale" perché un allenamento che si presta alla funzionalità totale, il più delle volte, non dev'essere individuale, serve infatti per entrare in un circuito di collaborazione che umanizza le persone, fa riemergere valori, alimenta la speranza o – ancora meglio – ci rende indipendenti da essa. A maggior ragione per chi sente la necessità di stare solo, perché il più delle volte usa l'allenamento come fosse una fuga dalla gestione "troppo" impegnativa delle relazioni; la soluzione è invece imparare a gestirle.

Diventa anche interessante notare come il concetto di funzionalità totale si contrapponga al fenomeno del doping, che è figlio del disagio sociale – di cui faremo cenno sotto. Il soggetto che ricorre al doping, oltre al rischio di divenire meno efficiente, mette a repentaglio la propria salute giungendo a volte a stati irreversibili – che, con cinismo, costituiscono anche un costo maggiore per il prossimo, tanto quanto coloro che si lasciano deperire nella sedentarietà e nell'abuso alimentare e/o nella tossicodipendenza.

Personal Coach

Ruolo del personal coach

La figura del personal coach equivale a quella del "guru". Il guru, per chi non avesse familiarità con questo concetto, non è un santone e tantomeno un leader. Rappresenta una "bussola di orientamento" che lavora sia attivamente che passivamente, interagendo con quello che – piuttosto di un utente – potrebbe essere definito metaforicamente come un "pellegrino" alla continua ricerca della funzionalità totale.

Il compito del personal coach è di trasmettere concetti di cultura fisica, potenza mentale, equilibrio emotivo e capacità sociali. Per farlo, non si pone necessariamente al di fuori o al di sopra del gruppo, ma assolve il suo ruolo dalla posizione che meglio si presta al caso. Il dialogo non è mai a senso unico, perché il più delle volte non esiste "verità", menzogna", "torto" e "ragione" – questo vale in sala pesi, in piscina, in una pista di atletica, su un ring tanto quanto nella vita.

Il personal coach dev'essere una figura di riferimento ma non un appiglio, fondamentalmente perché nessuno al di fuori di sé stessi può trovare motivazione, volontà, energia e risorse. Egli non trasmette la voglia, ma insegna dove cercare per trovarla. Espone gesti atletici ma non li impone, perché non tutti possono eseguire movimenti standardizzati. Sensibilizza sull'importanza dell'autoascolto e della concentrazione, ma non frena chi necessita di sfogarsi. Spinge a comunicare ma non necessariamente a socializzare, perché le dinamiche di gruppo possono seguire strade e tempi diversi. Ammette la competizione, a patto che sia chiaro che nessuno è in gara con gli altri, ma solo con sé stesso.

Un buon personal coach può indicare la strada giusta per la consapevolezza e per migliorare la funzionalità totale agendo sui seguenti punti:

  • Avvicinarsi ai propri limiti fisici, imparando a gestirli;
  • Riconoscere quanto le emozioni incidono sul comportamento alimentare;
  • Imparare ad ascoltarsi e a sensibilizzarsi, migliorando il controllo emotivo e la capacità decisionale;
  • Appassionarsi, senza ossessionarsi;
  • Apprendere informazioni utili ma non cadere preda del nozionismo;
  • Equilibrare le interazioni sociali, alimentando quelle positive e proteggendosi da quelle negative;
  • Sperimentare un'adeguata considerazione di sé stessi;
  • Migliorare la padronanza della propria vita.

Alcuni lettori potrebbero leggere con atteggiamento critico quanto menzionato. La figura del personal coach, descritta come sopra, appare vicina a quella di un mentore più che di un allenatore. Questo può spaventare, da un lato per il timore di scegliere la figura sbagliata, dall'altro non gradendo di conferire a terzi questo potere sulla propria vita.

Partiamo dal presupposto che dare fiducia o toglierla, è di per sé uno dei lavori necessari alla funzionalità totale, più precisamente riferita alla sfera sociale ed affettiva, ma anche psicologica – la mancata fiducia verso gli altri o la tendenza ad affidarsi ciecamente sono molto spesso una conseguenza di problematiche più profonde. In secondo luogo, il pellegrinaggio è un viaggio, quindi per definizione include (anzi auspica) la possibilità di cambiamento. Non si abbiano pregiudizi legati a sesso, età o etnia; anche questo è passo di maturazione molto improtante.

A tal proposito, ci viene in aiuto un vecchio proverbio ebraico secondo cui "quando due ebrei si incontrano, se uno ha un problema, l'altro diventa automaticamente un rabbino" (Cit.). Questo significa che, a prescindere dal bagaglio culturale dei personal coach (di rabbini ce ne sono senz'altro moltissimi), la buona riuscita o meno del progetto ruota esclusivamente intorno all'atteggiamento e alle necessità personali dell'utente.

Conclusioni

Nel nuovo millennio, qualsiasi forma di attività fisica dovrebbe corrispondere a un vero e proprio stile di comportamento, non ad un "dovere" o ad un "obbligo" da evitare appena possibile.

Le diversità sociali possono talvolta rendere più complicata la contestualizzazione di un concetto simile, rendendo poco compatibili risorse e disponibilità con gli obiettivi di cui abbiamo fatto cenno sopra. Senza ipocrisia, è innegabile che variabili quali il territorio, l'ambiente culturale (famiglia, lavoro ecc) e le facoltà economiche possano incidere sensibilmente sul successo o sul fallimento della rieducazione funzionale.

All'inizio del percorso che porterà al miglioramento della funzionalità del corpo vi è poi un male da contrastare, frutto della società moderna, che si chiama "disagio". Senza uscire dal contesto dell'articolo, potremmo definirlo come un fenomeno dato dalla mancanza di prospettive ed aspettative positive, che si ripercuote su tutte le attività quotidiane, posizionando l'uomo nella trascuratezza e nella sedentarietà – e oserei dire, anche nella tristezza. Le cause sono spesso da ricercare negli squilibri di tipo affettivo ed emotivo, che mutano in scarsa autostima, isolamento e stato ansiogeno; spesso, se il disagio cronicizza sfocia nei disturbi dell'umore.

D'altro canto, non possiamo nemmeno esimerci dall'assumerci le dovute responsabilità. I benefici della ricerca di funzionalità totale si possono infatti ottenere solo con la giusta motivazione, volontà e sacrificio, aspetti che purtroppo ostacolano gli utenti ancor più dei fattori sociali. Talvolta lo fanno addirittura prima di cominciare, nelle vesti dell'ormai consolidato preconcetto di equivalenza tra sacrificio, privazione e sofferenza. In verità, ciò dipende solo da sé stessi.

Dedicarsi alla ricerca della consapevolezza di sé e della funzionalità totale non avvicina l'uomo alla privazione e alla sofferenza, bensì lo allontana fin dal primo momento, purché si giunga alla consapevolezza che rinunciandovi ci priveremmo del sacrosanto diritto alla salute e al benessere.

Autore

Riccardo Borgacci
Laureato in Scienze motorie e in Dietistica, esercita in libera professione attività di tipo ambulatoriale come dietista e personal trainer