Alzheimer: Vantaggi di Attività Fisica e Dieta Corretta

Alzheimer: Vantaggi di Attività Fisica e Dieta Corretta
Ultima modifica 02.10.2019
INDICE
  1. Introduzione
  2. Alzheimer
  3. Meccanismo
  4. Attività Fisica
  5. Stile di Vita
  6. Dieta

Introduzione

In questo articolo cercheremo di comprendere quali correlazioni esistono tra morbo di Alzheimer (AD) e attività fisica, intesa soprattutto come movimento motorio di tipo sportivo o fitness.

attività fisica alzheimer Shutterstock

Sappiamo che gli effetti metabolici dell'allenamento sortiscono un impatto benefico sullo stato di salute generale dell'essere umano. E sulla malattia di Alzheimer? Quali certezze abbiamo a riguardo? Sicuramente poche, ma non per questo trascurabili.

Chiariamo fin da subito che si tratta di un argomento a dir poco "spinoso", le quali certezze (scientificamente dimostrabili) sono poche e gli studi in continuo approfondimento.

Ecco perché si è deciso di prendere come riferimento bibliografico una revisione sistematica intitolata "Physical Activity and Alzheimer's Disease: A Systematic Review", di Ruth Stephen, Kristiina Hongisto, Alina Solomon, Eija Lönnroos, e pubblicata su"l The Journals of Gerontology: Series A", Volume 72, Issue 6, 1 June 2017, Pages 733–739.

Sperando di facilitare la comprensione di quanto riporteremo nel paragrafo dedicato, proponiamo ora una sintesi sulle generalità del morbo di Alzheimer e, a seguire, un accenno all'importanza dello stile di vita nella prevenzione e nel trattamento.

Alzheimer

Cos’è il morbo di Alzheimer?

Meccanismo

Il morbo di Alzheimer è caratterizzato, dal punto di vista istologico, da atrofia neuronale: il cervello col passare del tempo perde progressivamente  massa e peso, di conseguenza riduce la propria attività, diminuendo così le funzioni cognitive quali la memoria.

La malattia di Alzheimer è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, causata principalmente dalla proteina betamiloide.

Questa proteina forma depositi che crescono nel tempo tra i neuroni stessi, formando placche  che in fase di malattia avanzata sono visibili al microscopio; tutto ciò porta i neuroni a morire.

La patologia è accompagnata da una forte diminuzione di  un particolare neurotrasmettitore, l'acetilcolina, nel cervello.

La conseguenza di queste modificazioni cerebrali è l'impossibilità per il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi, quindi la riduzione della sua funzionalità sino al raggiungimento della morte neuronale.

Il morbo di Alzheimer – (AD) da Alzheimer Disease – è una malattia neurodegenerativa ad esordio più spesso lento ma ingravescente e quindi (per il momento) irreversibile.

Il morbo di Alzheimer è responsabile del 60-70% dei casi di demenzaprevalentemente senile – e quindi di perdita di autosufficienza e morte.

La malattia prende il nome dallo psichiatra e patologo tedesco Alois Alzheimer, che la descrisse per la prima volta nel 1906.

L'Alzheimer è la malattia più costosa al mondo che, solo negli Stati Uniti, impegna il sistema sanitario per 200 miliardi di dollari.

Epidemiologia del morbo di Alzheimer

Nel 2015, nel mondo, si contavano circa 29,8 milioni di persone affette da morbo di Alzheimer. Nel 2020, le forme di demenza totale ammontavano a 50 milioni.

Il più delle volte esordisce nelle persone di età > 65 anni, sebbene il 10% dei casi sia di tipo precoce (tra i 30 e i 60 anni). Colpisce circa il 6% delle persone di età pari o superiore a 65 anni. Nel 2015, tutte le forme di demenza hanno provocato circa 1,9 milioni di morti.

Sintomi più comuni, iniziali e tardivi, del morbo di Alzheimer

Il sintomo iniziale più comune è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l'avanzare della malattia però, il quadro sintomatologico può includere:

problemi del linguaggio, disorientamento e predisposizione a perdersi, sbalzi d'umore, perdita di motivazione, auto-abbandono (trascuratezza) e alterazioni comportamentali.

Conseguenze e complicazioni del morbo di Alzheimer

I soggetti colpiti dal morbo di Alzheimer che tendono a peggiorare fino a livelli (soggettivamente od oggettivamente) ingestibili è l'isolamento – in casa o presso strutture di accoglienza.

Questo perché, poco a poco, i malati di Alzheimer tendono a perdere la capacità di gestire le normali funzioni corporee; ciò si correla statisticamente ad un aumento della mortalità di questa fetta di popolazione.

Nonostante la rapidità della progressione risulti variabile, l'aspettativa di vita nei malati di Alzheimer è di 3 - 9 anni.

Cause del morbo di Alzheimer

Le cause della malattia di Alzheimer sono ad oggi poco note. Si riconoscono tuttavia alcuni fattori di rischio ambientali e genetici associabili al suo sviluppo.

Il fattore di rischio genetico "più forte" è riconducibile ad un allele dell'apolipoproteina E (APOE). Altri includono un evento di trauma cranico, depressione "clinica" e ipertensione arteriosa primaria.

Il meccanismo patologico è in gran parte associato alla formazione di placche senili (amiloidi), ammassi neurofibrillari e perdita di connessioni neuronali nel cervello.

Diagnosi del morbo di Alzheimer

La diagnosi si basa sulla storia patologica del soggetto, test cognitivi, imaging e indagini ematologiche – anche escludere altre possibili cause.

È importate sottolineare che, spesso, i sintomi iniziali vengono occultati dal normale declino cognitivo in terza età.

Ad una diagnosi definitiva si renderebbe quindi necessario l'esame istologico del tessuto cerebrale, che tuttavia può essere applicato solo post mortem. Questa è forse la criticità maggiore alla quale devono far fronte la ricerca scientifica e la pratica clinica.

Fattori protettivi del morbo di Alzheimer

Praticare attività fisica regolare, seguire un'alimentazione equilibrata e rimanere socialmente coinvolti sono considerati i fattori protettivi di maggior rilievo contro il morbo di Alzheimer, l'invecchiamento e il declino cognitivo generale.

Non si conoscono farmaci o integratori che hanno dimostrato di ridurre il rischio di insorgenza di morbo di Alzheimer.

Trattamento del morbo di Alzheimer

Ad oggi non esistono terapie in grado di interrompere o invertire la progressione del morbo di Alzheimer, sebbene alcuni trattamenti possano limitatamente diminuire certi sintomi.

Le persone colpite da questa malattia mostrano un crescente bisogno di assistenza, un aiuto (o servizio) per nulla semplice da gestire (o comunque economicamente impegnativo) quando interessa le persone affette da demenza.

La gerenza dei malati di Alzheimer è complessa, sia dal punto di vista economico che sociale, psicologico e persino fisico. Molto difficilmente i nuclei familiari occidentali si mostrano in grado di auto-gestire un demente in totale autonomia e spesso ricorrono all'assistenza domiciliare o ai servizi di strutture specializzate.

I disturbi comportamentali e/o le psicosi dovute alla demenza sono talvolta compensati dall'uso di farmaci antipsicotici; ciò non è di solito raccomandabile, poiché si osserva un aumento del rischio di morte prematura ed i benefici sono limitati.

Infine, si è osservato che i programmi di attività fisica possono essere molto utili ad una maggior conservazione della funzionalità generale e dell'autonomia, e possono ottimizzare il decorso. La correlazione tra allenamento sportivo e minor rischio o minori sintomi di morbo di Alzheimer c'è, ed è già stata dimostrata. Ma di che tipo? Con quale carico di allenamento?

Attività Fisica

Ruolo dell’attività fisica nel morbo di Alzheimer

La letteratura scientifica attuale include diversi studi che indagano sull'associazione tra attività fisica e rischio di morbo di Alzheimer.

La scopo di prendere in oggetto una singola ma grossa revisione sistematica è quello di comprendere "se esisto" delle prove riferite un'associazione positiva tra attività fisica ed Alzheimer e, ovviamente, "quali sono".

"Physical Activity and Alzheimer's Disease: A Systematic Review" ha incluso solamente studi prospettici osservazionali e di intervento; 24 in totale. Il numero di partecipanti al campione di ricerca è oscillato tra 176 e 5.698. Il tempo di follow-up variava da 1 a 34 anni.

L'attività fisica è stata inversamente associata al rischio di malattia di Alzheimer nella maggior parte degli studi.

L'attività fisica svolta a scopo ricreativo si è rivelata particolarmente protettiva contro il morbo di Alzheimer, mentre quella lavorativa no.

Ciò nonostante, la qualità complessiva delle prove osservata oscillava tra il "moderato" (16 studi) e il "basso" (8 studi).

Pertanto, al di là di tutti gli aspetti salutistici legati alla pratica di attività fisica, e nonostante emerga una correlazione indubbiamente positiva tra esercizio fisico e diminuito rischio/ridotti sintomi per morbo di Alzheimer, le prove attuali non consentono di stilare raccomandazioni pratiche specifiche riguardanti i tipi, la frequenza, l'intensità e la durata dell'attività fisica perché si dimostri protettiva contro la malattia di Alzheimer.

Esiste poi un'ulteriore criticità, ovvero le difficoltà applicative dell'attività fisica nei soggetti con sintomi già considerevoli.

Sappiamo che i malati di Alzheimer soffrono di deficit mnemonici, disorientamento e cambi repentini dell'umore. Nel migliore dei casi, ciò può "blindare" il trattamento alla sola applicazione operatore-dipendente; nel peggiore, può rendere impossibile l'applicazione della strategia.

Per questo poniamo l'accento sull'importanza della prevenzione che, oltre all'allenamento, deve riguardare anche una dieta sana ed equilibrata (meglio se con specifici requisiti di cui sotto), una giusta composizione corporea – soprattutto negli anziani è fondamentale la componente di massa muscolare, anche per la sintesi di fattore neurotrofico cerebrale (BDNF) – e un buon equilibrio psico-emotivo.

Tornando all'allenamento, il consiglio che qualunque trainer competente darebbe è di:

  • Non avendo informazioni sul tipo di allenamento, si consiglia di impegnarsi su tutti i fronti possibili (equilibrio, coordinazione, forza, resistenza aerobica, capacità anaerobica lattacida, flessibilità e mobilità ecc.);
  • Non avendo informazioni sul carico di allenamento, si consiglia di scegliere volume, intensità e densità in base alla propria massima capacità di tolleranza; questo perché, su tutti i parametri allenati, il carico si correla ad un miglioramento prestativo in maniera diretta – non è escluso che ciò possa riguardare anche questa patologia.

Stile di Vita

Ruolo dello stile di vita sul morbo di Alzheimer

L'evidenza scientifica suggerisce che l'istruzione superiore, l'impegno psico-fisico lavorativo e la partecipazione ad attività ricreative riducono il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer e/o ritardano l'insorgenza dei sintomi.

Ciò è compatibile con la teoria della "riserva cognitiva", in base alla quale certe esperienze di vita si tradurrebbero in un funzionamento neurale più efficiente, donando all'individuo una riserva cognitiva capace di ritardare l'insorgenza delle manifestazioni di demenza.

L'istruzione ad esempio, ritarda l'insorgenza del morbo di Alzheimer ma non modifica la durata della malattia. Anche imparare una seconda lingua in età avanzata sembra ritardare l'insorgenza della patologia.

L'attività fisica è associata a una diminuzione del tasso di demenza generale e si dimostra efficace nel ridurre la gravità dei sintomi nei soggetti con malattia di Alzheimer.

Esistono invece prove incoraggianti e recenti (2020) sulla neuro-protezione offerta dall'uso dei cannabinoidi nell'Alzheimer e in altri disturbi neurodegenerativi. Tuttavia, si raccomandano ulteriori studi sulla popolazione.

Svilupperemo il prossimo paragrafo interamente sugli effetti dell'attività motoria sulla malattia di Alzheimer; prima però, facciamo alcune considerazioni sull'aspetto dietetico.

Dieta

Dieta e Alzheimer: correlazioni

La dieta è considerata un fattore di rischio modificabile per lo sviluppo della demenza. Sia la dieta Mediterranea che la dieta DASH vengono associate ad un minore declino cognitivo.

La dieta Mediterranea sembra essere più protettiva contro l'Alzheimer rispetto al DASH, ma i risultati contro la demenza generale sono incongruenti.

L'olio extravergine d'oliva potrebbe essere uno dei componenti più importanti nella riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza, ma necessita ulteriori studi.

Si è anche tentato di unire le due strategie dietetiche in un unico sistema noto come dieta MIND, povero di grassi saturi e con un profilo glucidico idoneo a mantenere sotto controllo la glicemia e l'insulinemia.

Questo perché una dieta ricca di grassi saturi e caratterizzata da un eccesso di carboidrati semplici (mono e disaccaridi) sembra avere statisticamente un rischio maggiore per morbo di Alzheimer.

Sappiamo anche che l'iperglicemia cronica è in grado di danneggiare i nervi e causare problemi di memoria.

I fattori nutrizionali associati alle diete proposte con l'obbiettivo di ridurre il rischio di demenza includono: acidi grassi insaturi, antiossidanti vitaminici (vitamina E, vitamina C, vitamina A) e flavonoidi, vitamine del gruppo B e vitamina D

Abbiamo i presupposti per considerare la dieta MIND più protettiva di una normale, ma sono necessari ulteriori studi di approfondimento.

Nei soggetti con malattia celiaca o sensibilità al glutine non celiaca, una dieta rigorosamente priva di glutine può alleviare i sintomi del declino cognitivo lieve. Una volta che la demenza è in stato avanzato, la dieta diviene inefficacie.

Le conclusioni sulle componenti dietetiche sono state difficili da omologare poiché, tra gli studi basati sulla popolazione e quelli controllati randomizzati, i risultati hanno differito non di poco.

Si evincono prove limitate che un uso da leggero a moderato di alcol, in particolare vino rosso, possa associarsi a un minor rischio di morbo di Alzheimer.

Altre evidenze "provvisorie" reputano protettiva anche la caffeina.

Peraltro, alcuni cibi ricchi di flavonoidi come il cacao, il vino rosso e il possono avere un effetto protettivo sul rischio malattia di Alzheimer.

Numerosi studi hanno esaminato il possibile ruolo di minerali come selenio, zinco e rame.

L'uso di integratori di acidi grassi omega 3 da vegetali e prodotti della pesca, e l'apporto dietetico di acido docosaesaenoico (DHA), non sembrano portare benefici alle persone colpite da malattia di Alzheimer lieve o moderata.

Nel 2010, gli studi sulla curcumina non hanno mostrato benefici sulle persone, anche se si sono osservate evidenze "provvisorie" negli animali.

Autore

Riccardo Borgacci
Laureato in Scienze motorie e in Dietistica, esercita in libera professione attività di tipo ambulatoriale come dietista e personal trainer