Frutti Tropicali: Quali Sono? Differenze Nutrizionali, Igieniche e Economiche di R.Borgacci

Cosa Sono

Cosa sono i frutti tropicali?

I frutti tropicali, meglio identificabili come frutti esotici, sono alimenti di origine vegetale disponibili sul mercato italiano quasi esclusivamente grazie all'importazione.

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Dovrebbero rientrare nel VI e nel VII gruppo fondamentale degli alimenti – cibi ricchi di vitamina A o vitamina C – ma, come vedremo, non sempre rispettano i criteri di questa classificazione.

Il ruolo dietetico dei frutti tropicali può cambiare sensibilmente in base alla composizione nutrizionale. In maniera semplicistica, potremmo dire che quelli aciduli e dolci hanno le stesse funzioni dei frutti nostrani, mentre i frutti tropicali grassi andrebbero trattati allo stesso modo della frutta secca o semi oleosi.

Possono essere molto diversi o assimilabili ai frutti italiani, a seconda dell'aspetto che si vuole analizzare – caratteristiche organolettiche e gustative, proprietà nutrizionali, prezzo e sicurezza alimentare. Questo dipende dalla specie e dalla provenienza, quindi dai fattori ambientali e climatici richiesti dalla pianta.

Alcuni esempi di frutti tropicali normalmente consumati in Italia sono: banane, ananas, cocco, papaya e mango. D'altro canto il mercato è in continua espansione e ad oggi, rispetto al ventennio scorso, la proposta commerciale di frutti tropicali – anche al dettaglio – è aumentata significativamente.

Entriamo più nel dettaglio.

Tropicali VS Italiani

Differenze nutrizionali tra frutti tropicali e frutti italiani

Come anticipato, non tutti rientrano nitidamente all'interno del VI e del VII gruppo fondamentale degli alimenti – classificazione proposta in collaborazione tra "Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN)" e "Società Italiana Nutrizione Umana (SINU)".

I frutti tipicamente italiani, aciduli, succulenti e dolci, hanno caratteristiche più o meno simili tra loro; in breve, potremmo definirli abbondanti fonti di:

Contenendo quantità irrilevanti di proteine e lipidi, mostrano un apporto calorico solitamente di bassa o media entità.

Tra i frutti tropicali invece, troviamo prodotti anche molto calorici, con una prevalenza di grassi – peraltro di tipo saturo – e abbondanti quantità di nutrienti solitamente poco presenti – come l'alfa tocoferolo o vitamina E. È il caso, per esempio, dell'avocado e del cocco.

Ciò non toglie che anche in Italia esistano delle eccezioni; l'esempio più indicativo è senz'altro quello delle castagne, molto meno idratate e ricche di amido, quindi più caloriche. Lo stesso discorso vale per i semi oleosi o frutta secca – noci, nocciole, pinoli, mandorle, pistacchi – quali abbondanti fonti di grassi, quindi di calorie, di vitamine liposolubili – soprattutto la vit E – e di minerali differenti – ad esempio il selenio ed il calcio.

Differenze di sicurezza alimentare tra frutti tropicali e frutti italiani

Parlando di sicurezza alimentare, le cose si complicano. Non tanto per reali problematiche legate alla sicurezza igienica dei prodotti, ma per l'evoluzione dei rapporti commerciali internazionali ed il conseguente adeguamento – avvenuto soprattutto negli ultimi trent'anni.

Il consumo di frutti tropicali potrebbe essere nocivo solo in due casi:

  1. Il primo è quello di un cattivo stato di conservazione; eventualità piuttosto rara, poiché il consumatore è generalmente capace di verificare la salubrità del prodotto in maniera efficacie. Per di più, dal punto di vista microbiologico sono davvero pochi i patogeni capaci di proliferare sulla frutta. Un particolare occhio di riguardo va posto sullo sviluppo delle muffe, che negli alimenti di origine vegetale sono maggiormente responsabili di contaminazione nociva.
  2. Il secondo è quello di contaminazione chimica. A sua volta, questo può essere ulteriormente suddiviso in:
    1. Residui di pesticidi o altri prodotti finalizzati ad ottimizzare la produzione agricola, oppure a mantenere l'integrità dei frutti tropicali durante i trasporti e lo stoccaggio
    2. Inquinamento ambientale o altre forme di contaminazione non voluta.

La presenza di inquinanti e residui farmacologici sembra preoccupare maggiormente i consumatori italiani. Ovviamente questo non vale solo per i frutti tropicali, ma per tutti quelli importati, sia da dentro che da fuori la Comunità Europea.

Dopotutto, come biasimare chi, alla luce degli scandali e delle scoperte fatte in precedenza, teme per la propria incolumità e per quella della propria famiglia. Fortunatamente oggi tali preoccupazioni sono meno fondate di un tempo. Infatti, l'ampliamento del mercato e la globalizzazione hanno imposto maggiori controlli, soprattutto alle frontiere. Ecco che le imprese agricole situate nei paesi in via di sviluppo, più volte respinte all'ingresso in Europa e in Italia, si sono viste costrette ad adeguare i propri metodi di produzione.

Fino a prova contraria quindi, tutto ciò che entra legalmente nel nostro Paese è soggetto a verifiche piuttosto scrupolose, il che ha ridotto davvero "all'osso" i casi di frode alimentare di tipo sanitario.

Differenze di prezzo tra frutti tropicali e frutti italiani

Se da un lato i frutti tropicali affascinano i consumatori con il loro aspetto, profumo e sapore esotico, dall'altro scoraggiano le fasce meno agiate a causa del loro costo esorbitante; oggi è diventato quasi un lusso poter godere dei frutti nostrani coltivati in Italia, senza bisogno di dover spulciare tra le offerte d'oltre oceano o dell'estremo oriente.

A dirla tutta poi, la produzione e la distribuzione dei frutti tropicali potrebbe avere un costo più che abbordabile. Molti di questi infatti, non hanno una vera e propria stagionalità e vengono prodotti quasi tutto l'anno. Per di più, il trasporto via mare, quello più utilizzato, è parecchio efficiente e consente di risparmiare non poco rispetto a quello aereo, ma anche in proporzione a quello su strada. Pare invece che sia il business in sé ad avere l'impatto maggiore, ovvero il margine di guadagno dei commercianti, sia in sede di produzione, sia in sede di distribuzione – se le aziende sono diverse.

Quali Sono

Quali sono i frutti tropicali?

Tra i frutti tropicali più commercializzati in Italia possiamo identificarne alcuni già profondamente radicati nella cultura gastronomica locale, altri conosciuti ma valutati "di nicchia" e certi invece considerati dai più come "nuovi arrivi".

Frutti tropicali comuni

Frutti tropicali di nicchia

Frutti tropicali nuovi

  • Kumquat
  • Mano di buddha
  • Mangostano
  • Cherimoya
  • Fejoa
  • Maracuja
  • Durian
  • Guava
  • Kiwano
  • Finger lime
  • Kaffir lime
  • Pitaya
  • Granadilla
  • Pepino
  • Salak
  • Graviola
  • Tomatillo
  • Lucuma
  • Lulo
  • Curuba
  • Sapodilla
  • Giaca
  • Longkong
  • Sapote.

Provenienza

Da dove vengono i frutti tropicali?

L'aggettivo "tropicale" specifica chiaramente la provenienza di questi prodotti, ovvero l'area geografica – una vera e propria fascia che circonda tutto il globo, compresa tra il tropico del cancro e quello del capricorno, rispettivamente posizionati a nord e a sud dell'equatore. Bisogna poi ricordare che, in realtà, la maggior parte dei frutti tropicali non viene prodotta esclusivamente tra i due tropici, ma anche poco sopra quello del cancro e poco sotto quello del capricorno, zone caratterizzate da clima non tropicale (secco o umido) ma subtropicale umido, oppure mediterraneo, talvolta arido o semiarido.

Non tutti sanno che la maggior parte dei frutti "nostrani" non è, in verità, originaria della penisola italiana. Ebbene sì, pesche, albicocche, kiwi, mele, pere, melograno, agrumi, fichi d'india, giuggiole e molti altri sono frutto di un'importazione talmente antica da averne perso memoria – parliamo soprattutto della rete commerciale dell'Impero Romano con l'Africa e il Medio Oriente, a sua volta in relazione con il sub continente indiano ed ancora più a oriente, poi di quella delle Repubbliche Marinare direttamente con l'Asia, della scoperta del Nuovo Mondo e successivamente delle terre emerse sull'Oceano Pacifico.

D'altro canto non si tratta di frutti tropicali, perché risultano per lo più affini ad un clima temperato; diversamente non potrebbero prosperare in Italia. Non bisogna infatti commettere l'errore di pensare che, per la coltivazione della frutta, più caldo fa e meglio è; al contrario, esistono piante che per avviare il metabolismo della fioritura e fruttificazione necessitano temperature piuttosto rigide. Temperature eccessive unite a scarse precipitazioni mettono in crisi la maggior parte degli alberi, così come un'umidità eccessiva è in grado di promuovere patologie come le temutissime micosi. Quindi, se dove si producono le mele non è possibile coltivare la palma da cocco, quasi sempre è vero anche il contrario.

A complicare il tutto inoltre, sussistono: la cosiddetta promiscuità climatica e l'adattabilità, la selezione in cultivar con caratteristiche differenti, e l'altitudine – una pianta può crescere in fascia tropicale ma ad un'altitudine tale da affrontare un clima totalmente diverso; questo vale per tutti i tipi di frutti, sia pseudo-italiani che tropicali.

In definitiva, "tropicale" vuol dire tutto e niente. Ogni albero da frutto nasce e prospera in un clima differente – con elementi e fattori zonali oltre che geografici unici – così come diversi sono i tipi di terreno e altre condizioni ambientali. Se ne evince che, a conti fatti, la dicitura "frutti tropicali" ha davvero poco significato e può essere giusto ricondotta all'attività di importazione da paesi caratterizzati da un clima più caldo, talvolta più umido, rispetto a quello italiano.

Riccardo Borgacci

L'autore

Riccardo Borgacci

Laureato in Scienze motorie e in Dietistica, esercita in libera professione attività di tipo ambulatoriale come dietista e personal trainer


Ultima modifica dell'articolo: 27/11/2018