Tecnica passivattiva nello scollamento mio-fasciale: arti inferiori

A cura di Maurizio Ronchi


Principi della tecnica passivattiva

La tecnica consiste nello scollare tra di loro questi muscoli esercitando contemporaneamente con l'altra mano uno strecth passivo o, nel caso essa sia impegnata nella manualità, tramite specifiche posizioni, il tutto con un piccolo aiuto dinamico da parte dell'atleta: come spiegato in precedenza grazie anche alla cinetica a sostegno delle manualità, la tecnica passivattiva riduce il tempo necessario per risolvere le aderenze e mantiene più a lungo questo nuovo stato di libertà.(fig.4-5-7).

 

 

Eseguito un primo parziale scollamento, ogni muscolo viene trattato con manualità twist&roll per un ulteriore separazione muscolo-fascia-muscolo mettendo in risalto il grado di rilascio da aderenze (fig.6). Prima di passare alla visione delle tecniche manuali di scollamento, è bene tener presente una volta riscontrate particolari aderenze in un muscolo tali da non consentire un corretto ROM, che per una maggior efficacia del trattamento di testare anche la condizione dei muscoli della catena mio-fasciale di appartenenza. Quindi sarà sì un lavoro esclusivo sul muscolo, ma tenendo sempre presente l'interazione che esso esercita e/o subisce in relazione alla fascia e alla sua catena cinetica. E' fondamentale tenere sempre presente l'azione che la fascia esercita nelle aree sottoposte a stress nervoso/tensivo o a sovraccarico di lavoro. Avvolgendo/riempiendo tutti i settori muscolari, sia in fasci fibrillari che in larghi fogli, la fascia ha la tendenza ad accorciarsi proprio in questi hotspots - punti critici - causando i ben noti problemi di mobilità mio-fasciale-articolare. Dunque per eseguire una funzionale manualità di scollamento è necessario rilassare il più possibile il muscolo teso, contratto o accorciato che sia, affinché l'aderenza fasciale possa essere rimossa o allentata efficacemente. In caso di tensione eccessiva della parte da trattare, è bene cercare di scaricare questo stato trattando l'intera catena mio-fasciale riferita, con l'intento di allontanare di spalmare questo eccesso di contrazione su di una più larga superficie, portando il muscolo dolente dell'atleta in una condizione di maggior relax.

Ad esempio se si deve trattare il muscolo Bicipite Femorale della coscia, andremo a testare tutta la sua catena di appartenenza, ovvero partendo dall'arto inferiore con i muscoli Peronieri, Gastrocnemio e Soleo, quindi il BF appunto, il tratto legamentoso sacrale, i muscoli Lungospinali erettori della Colonna Vertebrale fin su all'occipite e tutta la fascia relativa a questo percorso. Oppure nel caso del muscolo Tensore della Fascia Lata, cominceremo nel testare il muscolo Tibiale, il TFL appunto, il muscolo Obliquo Interno, e dato che in questo caso la catena è a spirale, proseguire sul muscolo Obliquo esterno per poi girare dietro e verso l'alto con il muscolo Dentato, i muscoli Romboidi per finire con i muscoli Elevatore della Scapola e Splenio inclusa la fascia legata ad essa. Personalmente, ma non alla lettera, seguo le catene mio-fasciali secondo Tom Myers -Anatomy Trains -.

Vediamo nel dettaglio come si eseguono tali manovre. Punto chiave è ottenere la collaborazione da parte dell'atleta. Metterlo al corrente delle tecniche che andremo ad eseguire, spiegandone il fine e gli effetti voluti e le sensazioni che proverà. Come noto, più si abbassa la rigidità/tensione muscolare, più entreremo in sintonia con l'atleta e più efficace risulterà la tecnica passivattiva. Tutte le manualità di scollamento, di definizione e di stretch muscolare vanno eseguite molto lentamente, per avere sempre la prontezza di interrompere l'azione per un qualsiasi motivo. Questo perché, lavorando profondamente su contratture, aderenze e fibrosità mio-fasciali, bisogna avere sempre il controllo della situazione, ricordando che non si sta' spalmando olio ma lavorando con pressioni importanti, per frizionare, pinzare e schiacciare i muscoli i tendini e la fascia. In base a questa considerazione e a motivi legati puramente all'esecuzione tecnica delle manualità, è meglio non lubrificare troppo la zona da trattare con olio o creme per mantenere sempre una discreta capacità di presa/controllo.

Come dice Art Riggs, è come se volessimo svitare il tappo del barattolo della marmellata con le mani unte; ci si può anche riuscire, ma quanta forza devo sprecare per svitarlo! che tradotto nei riguardi dell'atleta è che posso anche provocargli un eccessivo dolore per nulla e, per l'operatore in uno spreco di energie e un eccessivo carico per le articolazioni delle dita.

Ora per entrare nell'ottica della tecnica passivattiva, che se vista è molto esemplicativa, vorrei spiegarne il concetto con un esempio. Immaginiamo di dover riprendere un oggetto con una fotocamera e di cercare di renderlo il più possibile evidente e riconoscibile dallo sfondo. Per avere un buon dettaglio è bene riprendere il soggetto da diverse angolazioni; più saranno più precisa sarà la risoluzione e il risultato finale sarà senz'altro di buona fattura viste le molteplici pose. Se invece usiamo una videocamera, pare chiaro come la ripresa in movimento - cinetica - attorno sopra e sotto l'oggetto, sarà ancora più dettagliata e più completa per lo scopo voluto, ovvero la miglior risoluzione del dettaglio e la messa in risalto del soggetto. Rapportando l'esempio alla tecnica passivattiva, l'operatore che passivamente supporta il movimento con l'attivazione muscolare dell'atleta, può lavorare il muscolo e la fascia adiacente quasi per 360 gradi, mentre questi si allungano, si rilassano e si contraggono. Così, specie per i muscoli, da poterli avere a disposizione durante tutti i vari cambi dimensionali e nelle varie posizioni che la struttura fisiomorfologica concede. Il tutto verrà ancor più reso efficace dal momento che sfrutteremo il meccanismo dell'innervazione reciproca tra muscoli agonisti-antagonisti, specie quando il lavoro di scollamento dev'essere eseguito su muscoli ipertonici, duri o tesi. Tutti i movimenti del corpo avvengono per un accordo muscolare di co-attivazione, ovvero la sincronia tra gli opposti gruppi muscolari durante le fasi di contrazione -rilassamento - allungamento, pena la staticità del corpo, il non movimento. Per cui l'attivazione di un muscolo - agonista - fa conseguire un rilassamento del muscolo opposto - antagonista - che può così maggiormente allungarsi. Riporto il classico esempio, usato negli allungamenti col metodo PNF - Proprioceptive Neuromuscolar Facilitation o facilazione neuromuscolare propriocettiva - dove per facilitare lo stretching dei muscoli posteriori della coscia, si richiede l'aiuto tramite la contrazione del muscolo Quadricipite Femorale, che per innervazione reciproca provocherà un rilassamento degli ischiocrurali posti così in condizione di esser più facilmente allungati e lavorabili.

L'obbiettivo finale della tecnica passivattiva sarà quello di avere un muscolo più in dettaglio dallo sfondo, più libero biomeccanicamente nel suo ROM e aver riequilibrato le forze di stabilizzazione dell'articolazione correlata. Pare per cui chiara la differenza che passa tra la tecnica di scollamento mio-fasciale classica - la staticità della fotocamera -e la tecnica passivattiva - la dinamicità della videocamera - e che ora vedremo nel dettaglio.


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Ultima modifica dell'articolo: 17/06/2016

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