La Scoliosi quale atteggiamento naturale - Scoliosi idiopatica: vecchi e nuovi concetti, caso clinico

A cura del Dott. Giovanni Chetta


Premessa

Intento di questo lavoro è cercare di apportare un contributo di chiarezza, seppur per forza di cose parziale, alla problematica della scoliosi idiopatica e delle alterazioni rachidee e posturali in generale, in base alle recenti acquisizioni biomeccaniche e biochimiche.

Dopo aver introdotto i "canonici" concetti, comunemente accettati, riguardanti la scoliosi, passerò a descrivere concetti biochimici che sono alla base di concezioni biomeccaniche oggi ormai da ritenersi acquisite. A sua volta, la descrizione di questi ultimi rappresenta le fondamenta del metodo di trattamento integrato, da me in equipe con altri professionisti, utilizzato per il caso clinico reale portato come esempio.

La scoliosi questa sconosciuta

La scoliosi - dal greco skolios che significa storto, contorto - rappresenta una deformazione della colonna vertebrale che da sempre ha colpito l'attenzione, in particolar modo per il suo forte impatto estetico. Tale alterazione (in passato considerata bidimensionale) risulta di norma tridimensionale e costante, e si evidenzia in modo particolare sul piano frontale; segni caratteristici della scoliosi sono infatti le convessità/concavità laterali del rachide.
La scoliosi colpisce circa il 3% della popolazione con prevalenza femminile (5:1) e nel periodo infantile-adolescenziale (oltre l'80%). Nella maggior parte dei casi essa insorge all'inizio dello sviluppo puberale e tende ad evolvere fino alla maturazione ossea. Nelle scoliosi importanti, però, l'evolutività può persistere anche se in maniera molto lenta.
La scoliosi di norma non provoca dolori se non nell'adulto qualora si arrivasse ad un importante grado di deformazione rachidea in grado di comportare, in alcuni casi, anche rilevanti disfunzioni organiche quali quelle cardio-respiratorie. La scoliosi risulta grave in meno dello 0,5 per mille dei casi (fonte: www.isico.it).

scoliosiVa subito detto che, nonostante i numerosi gruppi di studio sulla scoliosi, vi sono ancora notevoli zone d'ombra riguardo la problematica scoliotica; basti pensare che nell'80-85% dei casi la scoliosi si definisce idiopatica , ossia con origine sconosciuta, mentre solo in pochi casi si evidenziano conclamate cause neurologiche, genetiche, metaboliche, ecc. (sindromi neuromuscolari come la paralisi cerebrale, la distrofia muscolare, la poliomielite, l'ipotonia congenita, l'atrofia muscolo-spinale e l'atassia di Friedrich; malattie del collageno, come la sindrome di Marfan, la neurofibromatosi, la sindrome di Down, displasie, nanismo, ecc.).Ciò si riflette, per forza di cose, in definizioni e classificazioni perlomeno "dai contorni poco definiti" e con conseguenti programmi e indicazioni rieducative spesso, almeno in parte, senza reali comprovati fondamenti scientifici.

La stessa differenziazione tra scoliosi strutturale (dismorfismo) e atteggiamento scoliotico (paramorfismo) può spesso rappresentare una diagnosi, quindi una prognosi poco specifica, e comportante di conseguenza trattamenti rieducativi poco efficaci. La scoliosi strutturale si definisce tale se siamo in presenza di una alterazione strutturale delle vertebre ossia vi è la rilevazione di alcune vertebre deformate. Le curvature anomale di tale scoliosi sono pertanto più persistenti e più resistenti alla correzione.
In realtà occorre considerare che il tessuto osseo, facendo parte della grande famiglia dei tessuti connettivi, ne presenta una specifica peculiarità: la viscoelasticità. Si può infatti considerare il tessuto osseo come un materiale composito costituito in gran parte da particelle di idrossiapatite rigida (HAP) inserite in una matrice flessibile (elastica) fatta di fibre di collagene. La forma anisotropa di tali particelle minerali è una delle probabili cause delle proprietà meccaniche anisotrope (l'anisotropia rappresenta la caratteristica di un solido per cui le proprietà fisiche assumono valori diversi a seconda della direzione nella quale vengono misurate) del tessuto osseo corticale. L'evidente comportamento viscoelastico mostrato dal tessuto osseo è legato alla viscoelasticità della fibra di collagene della matrice ossea (Clienti et al, 2007). Come tutti i tessuti connettivi, quindi, anche quello osseo è malleabile. Come dimostrato da J. Wolff già nel lontano 1892 con la sua legge, la deformazione ossea avviene nelle direzioni e in base agli stimoli meccanici (spinte e/o trazioni) che subisce in maniera preponderante (sia sotto l'aspetto quantitativo che temporale). Il carico meccanico rappresenta pertanto la variabile che condiziona l'architettura dell'osso. Nello specifico poi, la carenza di fibre collagene determina una maggior fragilità dell'osso mentre la carenza di calcio incrementa la flessibilità dell'osso. Pertanto la malleabilità dell'osso è, di norma, massima nella fase di crescita e nella fase osteoporotica.
La probabilità che un atteggiamento scoliotico (paramorfismo) si evolva col tempo in dismorfismo (scoliosi strutturale) è quindi da considerarsi elevata.


Legge di Wolff (1892)
Le trabecole si dispongono secondo le direzioni principali degli sforzi e il loro spessore e gli spazi tra esse variano al variare dell'intensità del carico. Ogni cambiamento di funzione o di forma nell'osso è accompagnato da variazioni nella sua architettura interna, nonché da alterazioni secondarie della conformazione esterna, entrambe legate a precise formulazioni


Si ritiene che il processo scoliotico prevalentemente (70% dei casi) parta con una o due curve primarie (dette anche principali o primitive) a cui ne possono seguire altre minori di compenso (Stagnara, 1985), tali da permettere al soggetto di perseguire il bisogno primario di rivolgere lo sguardo verso l'orizzonte deambulando.

Flessione del rachideLa flessione sul piano frontale del rachide è generalmente accompagnata da una rotazione sul piano trasverso dello stesso. Tale torsione dipende essenzialmente dal posizionamento del centro di rotazione nei vari metameri vertebrali coinvolti nelle curve scoliotiche. Il centro di rotazione può essere immaginato come il fulcro intorno a cui ruotano le vertebre componenti lo stesso metamero. In base alla posizione del centro di rotazione (e al relativo contatto fra le faccette articolari), la flessione laterale (lateral bending) della colonna potrà comportare una rotazione destra, sinistra o neutra delle vertebre. Tale meccanismo di rotazione, approfondito in seguito, consente la rotazione delle pelvi ( coupledmotion of the spine ), quindi una fisiologica camminata che appunto necessita la conversione della flessione laterale in rotazione assiale (Gracovetsky, 1988).

L'alterazione scoliotica, come del resto tutte le deformazioni rachidee, coinvolge, oltre alle vertebre e alle relative articolazioni, i dischi intervertebrali, i legamenti, il sistema miofasciale e gli organi interni. Tutto ciò è quindi in grado di causare problemi strutturali e funzionali, oltre che estetici, che si possono evolvere nel tempo negativamente a meno che non si intervenga in maniera appropriata.


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Ultima modifica dell'articolo: 24/12/2015