Pechino 2008. Howe, Magnini, Ferrari, pallavolo: quanti flop dai big azzurri

L'Olimpiade azzurra si è dipinta via via sempre più di colori inattesi. Molti dei nostri campioni più celebrati, su cui si erano raccolte molte speranze della vigilia, hanno lasciato i Giochi senza lasciare tracce importanti, alcuni da comparsa, altri con improvvise debacle, altri ancora per infortuni trascinati da mesi che hanno lasciato in ricordo una condizione scadente. Il caso più eclatante è stato quello di Andrew Howe: l'estroso saltatore, vicecampione del mondo, si era infortunato in una gara sui 200 metri disputata in giugno. Una gara di Coppa Europa che Howe non avrebbe dovuto correre perché ancora non in buone condizioni di forma, ma a cui il campione non ha voluto rinunciare. Il risultato è stato un infortunio muscolare rimediato negli ultimi metri di quella gara che ha ritardato tutta la preparazione in vista delle Olimpiadi. Howe non è più riuscito a recuperare una buona forma nelle ultime settimane prima dei Giochi e a Pechino nessuno si è accorto della sua presenza. Nelle qualificazioni del salto in lungo ha inanellato nulli e salti modestissimi con un 20° posto finale assolutamente ridicolo per un campione di tale portata.

In piscina c'erano grande aspettative su Filippo Magnini, due volte campione del mondo dei 100 stile libero, ma anche il nuotatore pesarese ha mancato l'ingresso in finale con un modesto 9° posto. Dopo l'introduzione dei nuovi costumi tecnologici tutti i suoi avversari hanno preso a migliorarsi nettamente, mentre lui è rimasto fermo al palo. Per consolarsi Magnini può pensare ai buoni risultati riscontrati sui 200 metri durante la staffetta: la doppia distanza potrebbe dargli una nuova chance per il suo futuro.

E la Comaneci d'Italia, la piccola Vanessa Ferrari? La campionessa del mondo del 2006 ha sofferto prima di Pechino per un problema ad un tendine. Facile immaginare il resto della storia: la Ferrari si è presentata alle Olimpiadi con una condizione fisica approssimativa ed è uscita di scena mancando la finale a tutti gli attrezzi e chiudendo solo 14° nel concorso generale.

Il flop più clamoroso, più inatteso, è stato però quello della pallavolo femminile, nel generale contesto di mediocrità degli sport di squadra azzurri da cui si è sollevata in parte solo la pallavolo maschile. Flop inatteso perché le azzurre erano arrivate a Pechino su ottimi risultati, avevano fatto bene nel girone eliminatorio, mostrato un buon gioco. Invece sul più bello c'è stato un blocco inspiegabile. Nei quarti di finale, in vantaggio 2 set a 1 sugli Stati Uniti, le azzurre hanno spento la luce all'inizio del 4° set beccandosi un parziale di 8-0, sulla battuta della palleggiatrice Berg, con cui hanno dato vigore alle americane. La partita è girata, perso il 4° set le azzurre hanno riscritto la stessa storia nel 5° e decisivo dove hanno iniziato con un 5-0 a sfavore, sempre sulla battuta della Berg, che ha indirizzato subito il match. Soprattutto è mancata la reazione, la determinazione necessaria in momenti del genere e che questa squadra aveva dimostrato di possedere in altre competizioni. Ma l'Olimpiade fa sempre storia a sé, lo dimostrano questa ed altre pagine, è un altro mondo, c'è un'altra pressione, e succede che i campioni diventino piccoli mentre chi di solito fatica a trovare spazio anche nei trafiletti dei giornali sportivi, riesce ad inventarsi la giornata della vita. E' stato così per Minguzzi, Sarmiento o la Quintavalle che da sconosciuti hanno rinforzato il medagliere azzurro in maniera del tutto inaspettata.




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Ultima modifica dell'articolo: 24/12/2015