Olimpiadi di Londra 2012 - Cronaca degli Episodi salienti

Bolt e i fulmini giamaicani

Se il nuoto passa tra grandi record ma personaggi un po' anonimi, ad elettrizzare l'Olimpiade di Londra ci pensano Usain Bolt e le altre frecce arrivate dalla Giamaica. Rispetto a Pechino il movimento giamaicano è cresciuto ulteriormente. Lo straordinario talento naturale concentrato nell'isola caraibica e un gruppo di lavoro con allenatori e tecnici di grande valore porta allo sfornare continuo di nuovi campioni. L'ultimo fenomeno si chiama Yohann Blake, ha già battuto in alcune occasioni Bolt guadagnandosi un soprannome emblematico, The Beast, che interpreta con divertenti scenette prima di ogni partenza. Proprio la solarità, la naturalezza, con cui i campioni giamaicani affrontano lo sport è una delle loro marce in più. Bolt è diventato più maturo e meno irriverente rispetto a Pechino, quando la sua esuberanza senza limiti aveva suscitato qualche inquietudine nel Cio, ma si diverte e fa divertire.


Bolt e Jamaicani Veloci - Londra 2012 Olimpiadi

Per gli americani è notte fonda. La finale dei 100 è di livello incredibile. Ci sono cinque tra campioni del mondo, olimpici, detentori del record mondiale. Bolt e Blake si staccano presto, poi Bolt si distende imprendibile dopo metà gara e l'oro è ancora suo in 9.63 contro i 9.75 di Blake. Agli americani resta un bronzo, quello di Justin Gatlin che più della consolazione ha il sapore dell'imbarazzo. Gatlin, oro ad Atene 2004, è rientrato da una squalifica di quattro anni dopo essere stato pizzicato all'antidoping per la seconda volta in carriera. Non proprio un fulgido esempio di lealtà sportiva, insomma. Eppure è proprio dall'America, dall'ex campione Carl Lewis, l'unico a vincere due ori nei 100 metri prima di Bolt, che arrivano pesanti accuse ai giamaicani. Per Lewis i risultati di Bolt e degli altri caraibici sarebbero frutto di una politica antidoping molto morbida in Giamaica. Nel paese manca infatti un'agenzia antidoping, anche se in realtà il sistema di controlli con piena reperibilità degli atleti è ormai globalizzato. A Bolt e ai suoi compagni non resta che rincarare la dose nei 200 metri. Al solito show di Bolt e Blake che volano via imprendibili all'oro e argento partecipa anche il terzo giamaicano, Warren Weir, che si prende il bronzo. La leggenda di Bolt si completa con la staffetta 4x100 dove i giamaicani, pur senza l'infortunato Asafa Powell, strabiliano segnando un record del mondo da paura, 36'84'', davanti ai soliti americani di Gay e Gatlin. Per la Giamaica è una festa nazionale, per Bolt la consacrazione definitiva a più grande velocista di tutti i tempi, in attesa, forse, di misurarsi anche con i 400 metri e poi di darsi al pallone una volta chiuso con l'atletica. Una delle sue grandi passioni, oltre alla musica, è il calcio, e uno dei suoi sogni vestire la maglia del Manchester United.

In campo femminile è la californiana Allyson Felix a spezzare l'egemonia giamaicana. Sulla breccia da quasi un decennio dopo due argenti a Atene e Pechino e otto ori mondiali, la Felix riesce finalmente a vincere i 200 metri. Con la sua falcata elegante e leggera, la Felix trascina al successo entrambe le staffette, la 4x100 e la 4x400. La giamaicana Shelly Ann Frazer resta però imprendibile sui 100 metri, dove si conferma medaglia d'oro in virtù di un'esplosività bruciante in partenza.

Rudisha incanta, Bekele abdica

Tra i più begli atleti che scendono in pista a Londra c'è sicuramente David Rudisha. Il keniano di 24 anni ha già stabilito per due volte il record del mondo degli 800 metri e a Londra decide di dare spettacolo con un calcio ai tatticismi. Parte subito a tutta, sempre in testa a tirare la fila con passaggi velocissimi ai 200 e ai 400 metri. Si teme un crollo, visto che nei meeting è sempre tirato su questi ritmi dalle lepri e qui invece deve fare tutto da solo. Invece la sua falcata non cede un millimetro e via via gli avversari si staccano uno dopo l'altro. Il trionfo di Rudisha è sancito dall'1.40.91 che è il nuovo record del mondo. Ma entusiasmano anche gli altri due ragazzi da podio. L'argento è di Nijel Amos, un diciottenne che porta la prima storica medaglia al Botswana. Il bronzo è del 17enne keniano Timothy Kitum. Un podio giovanissimo con una concentrazione di classe straordinaria.

Una bella novità è anche Kirani James. Ha vent'anni e viene da Grenada, un'isola caraibica di centomila persone che non ha mai vinto una medaglia olimpica e si trova sul gradino più alto di una delle gare più classiche e prestigiose, i 400 metri. Una specialità che vede un clamoroso flop americano, tutti fuori dalla finale, e un podio tutto del Caribe. Dietro a James sono infatti Santos per la Repubblica Dominicana e Gordon per Trinidad. Viene dai Caraibi anche il vincitore dei 400 ostacoli, ma in questo caso è una vecchia conoscenza, quel Felix Sanchez, il dominicano, protagonista della specialità da un decennio e già oro ad Atene.

I britannici tornano ad essere grandi anche nell'atletica. Si esaltano con Jessica Ennis, straripante nell'eptathlon, e conquistano 5000 e 10000 metri con Mohamed Farah, un somalo che vive da vent'anni a Londra e gareggia sotto la bandiera dell'Union Jack. Farah approfitta di due gare tattiche e lente, perfette per piazzare il suo spunto irresistibile nell'ultimo giro. Keniani ed etiopi devono arrendersi, e Kenenisa Bekele, campione in carica di entrambe le distanze, finisce sempre fuori dal podio. Per il campione etiope, uno dei grandi dell'atletica recente, una triste uscita di scena dall'arengo olimpico. Sui 10000 si rivede sul podio anche un bianco, una rarità in un settore dominato dall'Africa. E' l'americano Rupp, che con Farah condivide l'allenatore, l'ex campione Alberto Salazar, tre volte vincitore della maratona di New York. Solo Africa invece nel mezzofondo femminile con le etiopi Defar e Dibaba che nei 5000 e 10000 mettono in fila le keniane. E' una novità e una sorpresa non del tutto gradita invece la doppietta turca nei 1500 metri. L'oro è della Alptekin, un'altra atleta rientrata da una lunga squalifica per doping.

Dà spettacolo il francese Lavillenie nel salto con l'asta, velocissimo ed elegante, la specialità che tra le donne segna la fine del regno di Yelena Isinbayeva, la bella russa battuta dall'americana Suhr e dalla cubana Silva.

Sulla strada piace il cinese Chen Ding, allievo di Sandro Damilano, che va a vincere la 20 km di marcia dimostrando classe e un'estrosità singolare per un atleta del paese asiatico. Rimasto in testa alla gara si prende le simpatie del pubblico scambiando il cinque con gli spettatori a bordo strada. Nella stessa gara Erick Barrondo regala l'argento al Guatemala: è la prima medaglia olimpica per il paese centroamericano. Una rarità anche l'oro all'Uganda che conquista Stephen Kiprotich nella maratona. L'unica conquistata in precedenza da un ugandese era quella di John Akii Bua, campione degli ostacoli a Monaco '72.

L'Italia deve accontentarsi di una sola medaglia nell'atletica: la conquista il veterano Fabrizio Donato, terzo nel salto triplo dietro agli americani Taylor e Claye. Segno del nostro declino nello sport principe delle Olimpiadi, ma anche dell'universalità dei Giochi che vedono sempre più paesi portare atleti competitivi.


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