Olimpiadi Tokyo 1964
E’ tutta un’altra Olimpiade
Tra Roma e Tokyo le distanze non sono solo sulla carta geografica. I Giochi della XVIII Olimpiade vengono assegnati alla capitale giapponese che dà a tutti un esempio di cosa sia lo sport moderno, certamente meno coinvolgente e scenografico di quanto visto a Roma. Intanto Tokyo viene rammodernata con l’intervento del grande architetto Kenzo Tange, non solo nelle strutture propriamente sportive ma anche nell’aspetto complessivo della città. La cura nei dettagli è maniacale, come vuole la cultura giapponese: per esempio le bandiere sono mosse da ventilatori quando non c’è vento. Ci sono poi i cronometraggi elettrici, le immagini delle gare che vanno in diretta televisiva in tutto il mondo grazie al satellite, l’ingresso di sponsor a finanziare l’organizzazione. Insomma è proprio una nuova era per le Olimpiadi e per lo sport in generale che per la prima volta fanno i conti con le possibilità ed i problemi delle nuove risorse.
Tokyo ’64 segna un nuovo record di stati presenti, 93, anche grazie alla decolonizzazione con conseguente ingresso di nuovi paesi, soprattutto africani, tra cui Camerun e Algeria. Non c’è però il Sudafrica che inizia da qui un lungo esilio per la sua politica di apartheid. Solo a Barcellona nel 1992, con la fine della segregazione razziale, il Sudafrica sarà riammesso ai Giochi.
Il 10 ottobre l’imperatore Hirohito dichiara aperte le Olimpiadi in una cerimonia che regala un momento di grande commozione: ad accendere la fiamma olimpica come ultimo tedoforo è un ragazzo di 19 anni, Yoshinori Sakai, il primo nato ad Hiroshima dopo lo scoppio della bomba atomica del 1945, a simboleggiare la rinascita del Giappone.
A premiare i giapponesi degli sforzi arriva l’ingresso nel panorama olimpico del loro sport nazionale, il judo, che però regala loro un’inattesa delusione. Nella categoria più importante, la open, infatti il beniamino di casa, Kaminaga, soccombe di fronte ad un colossale marinaio olandese, Antonius Johannes Geesink che fa vestire a lutto tutto il paese del Sol Levante.
Le emozioni della strada
Come già a Roma anche a Tokyo uno degli atleti che regala emozioni maggiori è il maratoneta Abebe Bikila. Il piccolo soldato della Guardia Imperiale etiope stavolta si presenta non a piedi nudi, ma più modernamente con le scarpe. Il risultato però non cambia: anche la maratona giapponese è un entusiasmante assolo che porta Bikila al bis dell’oro di Roma, primo atleta nella storia olimpica a vincere due volte in questa specialità. Il secondo, l’inglese Heatley, giunge la traguardo con più di 4 minuti di distacco da Bikila, un metro che rende la grandezza dell’etiope. Dalle strade di Tokyo arriva un’altra delle gare più entusiasmanti e coinvolgenti, con protagonista un italiano, il friulano Abdon Pamich. La gara è quella della 50 km di marcia, che ha dato a Pamich la delusione del bronzo di 4 anni prima a Roma quando era il favorito. Stavolta l’italiano arriva all’appuntamento olimpico con una condizione eccezionale, frutto di allenamenti massacranti, con più di 200 km percorsi ogni settimana. L’inconveniente però è dietro l’angolo: dopo 30 km Pamich è al comando con l’inglese Nihill, quando al rifornimento prende una bevanda fredda che gli causa un improvviso attacco intestinale. Prova a resistere, incitato dall’allenatore Pino Dordoni, oro a Helsinki, che lo segue in bicicletta, ma dopo un po’ è costretto a fermarsi dietro una siepe. Liberatosi dal problema si rimette in marcia, sotto la pioggia, e va all’inseguimento di Nihill, riesce a riagguantarlo e a staccarlo giungendo nello stadio da solo e con il meritato oro.
Due giganti in piscina
I due personaggi che probabilmente segnano più di qualunque altro i Giochi di Tokyo vengono dalla piscina. La prima la conosciamo già, è la campionessa di Melbourne e Roma, l’australiana Dawn Frazer. La Frazer arriva da un momento drammatico della sua tumultuosa vita: pochi mesi prima, in un incidente automobilistico, ha perso la mamma ed ha subito lei stessa lo spostamento di una vertebra.
Nonostante tutto a Tokyo è ancora, per la terza volta di fila, la regina dei 100 metri stile libero: una sequenza di vittorie che non ha eguali nella storia olimpica di questo sport. L’Olimpiade giapponese ha però una discussa appendice per la Frazer: la sera stessa della gara, dopo l’ennesima vittoria, si introduce nei giardini del palazzo imperiale con altri atleti australiani e ruba una bandiera. E’ una bravata che costa alla campionessa una squalifica decennale da parte della propria federazione e di fatto pone fine alla sua splendida carriera. Si dice però che questo sia stato solo il pretesto per toglierla di mezzo, mentre il vero motivo del suo allontanamento sia il suo carattere scontroso che l’ha portata spetto in guerra con la sua federazione.
L’altro nome d’oro della piscina è quello di Don Schollander, 22enne americano. Schollander è un personaggio un po’ più freddo della Frazer, ma in acqua è imbattibile. Vince tutte le gare dello stile libero, 100, 400 e le due staffette, segnando il record del mondo in 3 gare. Si può parlare di erede del grande Johnny Weismuller, il Tarzan della piscina, che con Schollander ha un curioso trait d’union: la mamma del giovane campione è stata la controfigura, nei film di Tarzan interpretati da Weismuller, di Maureen O’Sullivan – Jane, la protagonista femminile.
Tra fate e frecce
Le olimpiadi di Tokyo si rivelano una notevole fucina di personaggi che colpiscono l’immaginario del pubblico. E’ il caso della "Fata" Vera Caslavska, una ginnasta cecoslovacca di 22 anni. Vera conquista la scena con la sua bravura, ma anche con la sua bellezza e l’eleganza dei suoi esercizi. Sono suoi gli ori nel volteggio, nella trave e nel concorso completo. In quest’ultima gara batte l’eterna Larissa Latynina, la russa alla sua ultima recita olimpica. La Latynina raccoglie anche qui 6 medaglie, come a Melbourne e a Roma, portando a 18 (con 9 ori) il suo totale: un record che nessun altro atleta ha ancora avvicinato. Tra gli uomini sono invece i giapponesi che fanno la parte del leone, guidati da Yukio Endo con i suoi 3 ori.
Anche l’atletica regala altri bei protagonisti: è il caso di Robert Hayes, la "Freccia nera" che riporta gli americani sul trono dei 100 metri. Hayes vince i 100 con un 10.06 sotto la pioggia e poi nella staffetta fa un capolavoro recuperando il distacco dalla squadra francese, fin lì in testa, e portando gli USA all’oro. Altro splendido velocista americano è Henry Carr che vince i 200 in 20.36, con Berruti solo 5°, e trascina la staffetta 4x400 all’oro e al record mondiale. Anche tra le donne la velocità è terreno americano con Wyoma Tyus sui 100 ed Edita McGuire sui 200, ma la staffetta veloce finisce ad uno strano quartetto polacco che ha la sua punta nella misteriosa Ewa Koblukowska. Ewa è una ragazza ben poco femminile e qualche anno dopo sarà sottoposta ad una visita per appurarne il sesso. I dubbi evidentemente dovevano essere ben fondati se è vero che alla "signorina" vengono cancellati tutti i primati e viene depennata da ogni albo d’oro. Tutti ma non quello olimpico, dove il signor Koblukowska continua a figurare. Suscitano dubbi anche le sorelle sovietiche Tamara e Irina Press, oro in peso e disco la prima, nel neonato pentathlon la seconda. Anche loro non sembrano proprio ragazze, ma si resta nell’ambito del sospetto.
Ultima modifica: 08/12/2009 - Informativa pubblicità -
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Mercoledì, 17 marzo 2010 ore 04:28



