La tuta da marziano è simile a quella di Cathy Freeman, il fisico invece è quello di un ragazzone australiano di quasi 18 anni che batte un record dietro l'altro e che risponde al nome di Ian Thorpe. Thorpe, condannato a vincere con imprese degne della sua tuta aliena, in una nazione dove il nuoto è lo sport nazionale, riesce a vincere solo a metà. Parte dominando da par suo i 400 stile libero, dove impone una superiorità che si protrarrà a lungo, e poi trascina la squadra australiana al successo della staffetta 4x100 stile libero sugli americani, una vittoria salutata come una liberazione. Sui 200 stile libero però incassa la cocente sconfitta da Van den Hoogenband e questo gli toglie un titolo di uomo dei Giochi che pareva già assegnato prima di cominciare. Le altre staffette gli consentono di incrementare il medagliere con un oro e un argento: certo non si può dire che "Thorpedo" fallisca, ma la sua superiorità non viene fuori come previsto, così come quella di tutta la squadra australiana, partita per superare gli americani e che invece raccoglie "solo" 5 ori (come l'Olanda) contro 14 finiti nei forzieri a stelle e strisce. L'altra gara che entusiasma i canguri sono i 1500 stile libero dove Hackett e Perkins fanno la doppietta, mentre l'altro idolo di casa Klim deve inchinarsi ad uno svedese, Frolander, nei 100 farfalla. Tra le donne spicca invece un'ucraina, Yana Klochkova, che abbatte avversarie e primati nei misti, e l'americana Brooke Bennett, regina del mezzofondo con la doppietta 400-800. Dalla piscina escono tanti altri nomi grossi di questa Olimpiade e mai come stavolta il nuoto insidia all'atletica il ruolo guida dei Giochi. Il motivo è anche che la rassegna del nuoto è segnata da una serie impressionante di nuovi record mondiali, praticamente abbattuti in quasi tutte le gare. La piscina dell'Acquatic Center sale al centro dell'attenzione: ha qualcosa di magico, sembra costruita apposta per abbattere i record, forse grazie ai materiali, alla qualità dell'acqua. Fatto sta che i record mondiali, anche se un primato non potrà mai valere quanto un oro olimpico, piovono incessantemente. E piovono finalmente anche tante medaglie per l'Italia, che in tutta la storia olimpica non aveva mai conquistato un oro e qui ne agguanta ben tre e dimostra di essere in grande, impetuosa crescita. Il primo uomo d'oro del nuoto italiano è Domenico Fioravanti. 23 anni, da Novara, Fioravanti è uno specialista della rana. Nella prima gara, i 100, segna i tempi migliori nelle batterie e semifinali: sembra la volta buona per vedere un italiano all'oro nel nuoto. Poi in finale Fioravanti parte cauto, alla virata è quinto, ma nella seconda parte di gara si scatena fino ad appaiare l'americano Moses, in testa fino a quel momento. Le ultime bracciate regalano il sorpasso e l'azzurro, dopo un secolo di insuccessi, tocca per primo. Da qui è tutto in discesa; liberato dall'ansia del risultato, Fioravanti va a vincere anche i 200 rana, dove è terzo un altro italiano, Rummolo. L'impresa è storica, non solo per il nuoto italiano, ma per la storia olimpica: nessuno mai aveva vinto le due gare nella stessa Olimpiade, ci riesce questo ragazzo con un fisico normale in mezzo a tanti campioni superbionici. Una volta spezzato il tabù, le medaglie per l'Italia piovono quasi come i record mondiali. Ne porta a casa ben tre il napoletano Massimiliano Rosolino. Classe eccelsa, nuotatore completo, Rosolino comincia col secondo posto nei 400 stile libero dietro a Thorpe, poi deve inchinarsi ai giganti Van den Hoogenband e Thorpe nei 200 dove è terzo, ma spazza via l'americano Tom Dolan, già un oro a Sidney, nei 200 misti dove conquista il suo titolo olimpico. Alla fine nel medagliere del nuoto l'Italia ha appena due ori in meno (3 contro 5) degli strombazzati australiani del bionico Thorpe: solo alla vigilia sarebbe stato impensabile.
Possibile vincere 3 ori nell'atletica ed essere parzialmente delusi? Si, se ci si chiama Marion Jones e prima dei Giochi si esterna con sicurezza la volontà di fare una cinquina. Venticinquenne, ex giocatrice di basket, la Jones è americana ma di famiglia proveniente dal Belize. E' rimasta fuori dai Giochi di Atlanta per un infortunio, ma durante tutto il quadriennio preolimpico ha impressionato segnando tempi da favola, inferiori solo a quelli della misteriosa Florence Griffith. A Sidney vuole il colpo grosso ed in un certo senso gli riesce: la cinquina arriva, ma non tutta d'oro. I 100 e i 200 metri sono il suo regno, vince dimostrando una superiorità schiacciante, indiscutibile: nella gara breve supera un'esplosiva greca, Ekaterini Thanou, in quella lunga una sorprendente cingalese, Susantikha Yayasinghe che porta allo Sri Lanka la prima medaglia olimpica della storia. Chiusa la pratica, quasi una formalità, delle vittorie nelle gare veloci individuali, la Jones si getta nelle avventure più difficili. Gli va bene nella staffetta 4x400 dove contribuisce al successo della squadra americana. Nelle altre due gare però deve accontentarsi del bronzo. Nella staffetta 4x100 per la verità non ha colpe: il resto della squadra americana non è di grande livello e così quando il testimone arriva a Marion, la fuoriclasse può rimontare solo fino al terzo posto. Il salto in lungo è un'altra storia. Marion è potenzialmente fortissima ma la sua tecnica è quanto mai carente e così le arriva un altro bronzo dietro all'eterna tedesca Heike Drechsler, già oro a Barcellona '92 e ai mondiali dell'83 (si, proprio 17 anni prima!) e alla nostra Fiona May, ancora seconda come ad Atlanta. Un record comunque per Marion arriva: mai nessuna donna aveva vinto 5 medaglie nell'atletica nella stessa Olimpiade. Sul suo sorriso però c'è anche qualche ombra: il marito C.J. Hunter, pesista campione del mondo, che qui aveva già deciso di non gareggiare, è stato trovato positivo al nandrolone poco prima dei Giochi e il sospetto inevitabilmente, anche senza nessuna prova, si allunga anche su di lei.
Le altre gare di atletica non propongono i record del nuoto, ma a dimostrazione che quello che contano sono le medaglie in un'Olimpiade, non mancano le emozioni. Michael Johnson, eroe ad Atlanta, si ripete nei 400, diventando il primo uomo a doppiare l'oro sul giro di pista, e poi porta al trionfo anche la staffetta americana 4x400, chiudendo nel modo migliore la sua avventura olimpica. I 100 metri tornano a parlare americano, con il successo del favoritissimo Maurice Greene, che porta delle interessanti novità tecniche: Greene parte con il busto molto più piegato in avanti, gli occhi fissi sui piedi nei primi passi. L'americano ed il suo gruppo fanno scuola, anche perché i risultati sono eloquenti, con un record del mondo che spingerà fino ad un 9.79. Qui batte l'uomo di Trinidad, Ato Boldon e Thompson, di Barbados. I 200 metri regalano una sorpresa incredibile, la più grande dell'intera Olimpiade: dopo 104 anni un greco (l'ultimo era stato Spiridon Louis!) torna a vincere una gara di atletica maschile. L'autore dell'impresa è Konstantinos Kenteris che sbanca regolando un lotto di avversari non straordinario, soprattutto per quanto riguarda i delusissimi americani, addirittura spinti fuori dal podio dall'inglese Campbell e dal solito Boldon. Kenteris fa storcere un po' il naso, puzza d'imbroglio e alle successive Olimpiadi i suoi detrattori troveranno confermati i sospetti. La marcia è terreno di conquista del polacco Korzeniowsky (20 e 50 km) che si rifà della squalifica subita a Barcellona '92 quando era in testa a poche centinaia di metri dall'arrivo. La sorte che tocca stavolta a Elisabetta Perrone, lanciata verso l'oro della marcia e fermata da una squalifica discutibile che lascia campo ad una cinese, Wang. Il salto in lungo assegna al cubano Pedroso, dopo un bellissimo duello con l'australiano Taurima, il trono che fu per quattro volte consecutive di Carl Lewis. Nella maratona torna ai fasti degli anni '60 l'Etiopia con Abera che domina un podio tutto africano. Etiopia anche nei 10.000: Haile Gebresilassie si dimostra ancora vincente nonostante gli acciacchi e respinge l'ennesimo assalto del keniano Paul Tergat, sua vittima preferita. Nei 10000 femminile ritorna Derartu Tulu, l'etiope già oro a Barcellona, mentre il re del mezzofondo veloce, il marocchino Hicham El Guerrouj non riesce neanche stavolta a far suo l'oro. Se ad Atlanta era stata una caduta a metterlo fuori dai suoi 1500 metri, dove è primatista mondiale e due volte iridato, stavolta trova sulla sua strada il keniano Noah Ngenyi, che per l'unica volta nella sua vita riesce a batterlo. Piace l'ostacolista americano Angelo Taylor, oro nei 400 nonostante una sfavorevole prima corsia, mentre nella stessa gara al femminile riesce il tentativo di riciclarsi della russa Privalova, ex-velocista che trova la vittoria nella sua nuova specialità. Negli 800 maschili fallisce l'ex keniano, ora naturalizzato danese, Wilson Kipketer: ad Atlanta sarebbe stato imbattibile ma decise di non partecipare perché in rotta con la sua nazione d'origine. Qui ha finalmente i documenti in regola con la Danimarca, ma non ha più lo spunto di un tempo e così viene fulminato dal tedesco Schumann. Riesce a coronare il suo inseguimento, invece, l'inglese Jonathan Edwards, da anni dominatore del triplo, ma sconfitto ad Atlanta. Qui dà spettacolo e vince. All'Italia restano solo due argenti: oltre a Fiona May nel lungo, sale sul podio, un po' a sorpresa, il toscano Nicola Vizzoni nel lancio del martello. L'ultima immagine dell'atletica è quella un po' triste di Sergey Bubka. Fa di tutto per essere a Sidney in buone condizioni e cercare di vincere il suo salto con l'asta. Finisce però subito fuori nelle qualificazioni (oro all'americano Hysong). Il suo regno ormai, a 37 anni è finito, con un solo oro olimpico, Seoul '88 (a fronte di 6 titoli mondiali).
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