Olimpiadi Seoul 1988

Tutto il mondo in Corea

Olimpiadi Seoul 1988Finalmente nel 1988 si apre una nuova e luminosa era per le Olimpiadi. Ad ospitare i Giochi è la capitale della Corea del Sud e nella penisola asiatica si ritrovano a gareggiare tutti, o quasi, i paesi del mondo. E' un appuntamento importantissimo per il paese ospitante, che si apre al mondo dando un'immagine di modernità ed efficienza. Ma è un momento atteso anche per il movimento olimpico, che ne esce rinvigorito e con un'immagine totalmente nuova e positiva. Sono Giochi universali anche dal punto di vista televisivo, anche grazie alle doti manageriali del presidente del CIO, lo spagnolo Juan Antonio Samaranch, che fa raggiungere all'evento una portata mediatica straordinaria. La partecipazione raggiunge il tetto di 159 paesi con oltre 8000 atleti: manca la Corea del Nord, oltre a Cuba ed Etiopia e qualche microstato come le Seychelles. I Giochi dominati dalla politica sembrano di colpo lontanissimi ed il mondo sembra riscoprire il fascino dell'avventura a cinque cerchi. Si può parlare di sport: la grande novità è il ritorno del tennis dopo 64 anni di assenza con tutto il suo carico di professionisti dai guadagni miliardari. E' un altro segno dei tempi, l'ipocrisia del dilettantismo ad ogni costo è ormai quasi definitivamente caduta e le ultime barriere si abbatteranno ai Giochi successivi quando sarà aperta la partecipazione anche ai campioni del basket NBA e ai ciclisti professionisti.
I coreani si commuovono per Sohn Kee Chung: nel '36 aveva vinto la maratona ai Giochi di Berlino durante l'occupazione giapponese della Corea e quell'oro era infatti stato conquistato sotto la bandiera del Sol Levante. A 76 anni Sohn Kee Chung può ricevere l'omaggio dei connazionali entrando nello stadio con la fiaccola durante la cerimonia d'apertura. I bravi coreani conquistano tantissimi successi, ma si attirano pure delle copiose critiche: nel torneo di pugilato gli atleti di casa sono sfacciatamente favoriti dai giudici e ne fa le spese, tra gli altri, anche il nostro Vincenzo Nardiello eliminato da un coreano dopo aver dominato per tutto il match. Si viene a sapere che molti giudici sono stati corrotti, ma gli ori vinti dai coreani sul ring non cambieranno più padrone. Il CIO però studierà dei sistemi di punteggio più trasparenti che daranno buoni frutti nelle edizioni successive.

L'ombra del doping

Messi finalmente da parte i problemi politici, a Seoul i Giochi si trovano a dover fare i conti con uno dei grandi mali dello sport moderno, il doping. E' vero che già in passato c'erano stati casi e squalifiche, anche di medagliati, e che i sospetti su certi atleti ed atlete si sprecavano, ma qui l'episodio è talmente grande che i Giochi di Seoul saranno abbinati proprio al fenomeno doping. Del resto l'atleta squalificato è il vincitore della gara più importante, i 100 metri dell'atletica e proprio su questa gara alla vigilia si era ammassata la grande attesa del mondo intero per la sfida tra Carl Lewis, il Figlio del Vento campione in carica, ed il fenomeno nuovo, il canadese Ben Johnson. Johnson ha fatto fare un balzo prodigioso alla specialità con un record del mondo fantascientifico di 9.83 ai Mondiali di Roma dell'87 e promette di cancellare nuovamente il campionissimo Lewis. A Seoul si consuma la sfida e Johnson la vince nettamente schizzando via dai blocchi con un'esplosività incredibile e chiudendo con 9.79 quasi in scioltezza. Lewis incassa la sconfitta e all'arrivo rincorre il rivale festante per stringergli la mano: un gesto di grande signorilità che sembra chiudere la disfida. Passano però un paio di giorni e l'antidoping dà il suo verdetto:

 

   

Ben Johnson ha fatto uso di stanozololo, uno steroide anabolizzante con il quale poi si saprà aver costruito per anni il proprio fisico muscolosissimo. La notizia fa il giro del mondo con una portata mediatica mai vista. L'oro passa a Carl Lewis che diventa così il primo uomo a confermarsi campione sui 100 metri e con la cancellazione di tutti i record di Johnson il tempo di 9.92 stabilito a Seoul da Lewis è il nuovo primato mondiale. Il campione dell'Alabama non può però ripetere l'incredibile poker di Los Angeles: nella staffetta gli USA finiscono fuori per un errore al cambio e nei 200 metri è beffato da un giovane connazionale, Joe De Loach, che sembra un fenomeno ma sparirà in breve. Arriva invece la riconferma nel lungo, dove Lewis piazza un gran salto a 8.72.
Anche al femminile c'è una specie di Ben Johnson nella velocità: si chiama Florence Griffith-Joyneer ed improvvisamente, poco prima dei Giochi, si è messa a fare tempi che le permetterebbero di rivaleggiare con gli uomini. La Griffith insospettisce tutti, ma l'antidoping non riuscirà mai ad inchiodarla. A Seoul umilia le avversarie sia nei 100 che nei 200, abbattendo quasi mezzo secondo al record della distanza lunga. Con le sue tutine attillate e le unghie lunghissime dà anche una nuova immagine della donna atleta, lontanissima dalle altrettanto sospette virago dell'Europa orientale. Le staffette sono l'apoteosi : arriva al 3° oro sulla 4x100, mentre nella 4x400 compie un recupero formidabile ma deve accontentarsi dell'argento per la poca competitività delle compagne. Nel tempo l'alone di mistero si infittisce: poco dopo i Giochi la Griffith si ritira dall'attività e 10 anni dopo morirà improvvisamente per cause mai chiarite. Ben Johnson invece avrà l'ardire di riprovarci: conclusi i due anni canonici di squalifica torna in pista ma ben presto finisce nuovamente nella stessa rete e viene radiato.

La prima maratona azzurra

Tra le gare più avvincenti dell'atletica è senz'altro la tradizionale maratona che chiude i Giochi e che per la prima volta vede il trionfo di un italiano, il veneto Gelindo Bordin. La gara sembra arridere a due africani, il keniano Wakihuri e il gibutiano Salah. Negli ultimi 3 km però Bordin compie la storica rimonta e stacca gli avversari entrando da solo nello stadio con il grande telecronista RAI Paolo Rosi che lo accoglie con il commosso "Gelindo, hai battuto gli uomini degli altipiani, tu che vivi in pianura".
A Seoul arriva anche il momento di Sergey Bubka, il monumento del salto con l'asta che ha cambiato la storia di questa disciplina con il suo mix di tecnica e velocità. A Seoul Bubka deve sudarsi fino in fondo il sospirato oro olimpico con un salto conclusivo a 5.90. Tra infortuni ed errori questa resterà l'unica medaglia olimpica per Bubka che proverà a rivincere altre 3 volte ma senza fortuna. In compenso chiuderà la carriera con 6 titoli mondiali (ininterrottamente campione dal 1983 al 1997) e 35 record del mondo tra indoor e all'aperto.
I keniani si impadroniscono del mezzofondo con gli 800 di Ereng, i 1500 di Rono, i 5000 di Ngugi e i 3000 siepi, dove sarà sempre partita interna, di Kariuki. E' costretto a cedere il trono Edwin Moses, che l'hanno precedente ha perso un'infinita imbattibilità e che qui saluta tutti con una medaglia di bronzo, mentre il nuovo re dei suoi 400 ostacoli è l'altro americano Phillips. Altri atleti che impressionano nello stadio sono Jackie Joyneer, cognata della Griffith, che fa un volo di 7,40 nel salto in lungo e domina anche l'eptathlon, e la rumena Paula Ivan che nei 1500 prende e se ne va facendo gara per conto proprio e lasciando a 7 secondi le altre medagliate. Oltre all'oro di Bordin l'Italia raccoglie dall'atletica anche l'argento di Antico sui 10000 del marocchino Boutayeb. Purtroppo il siciliano dovrà abbandonare l'attività qualche anno dopo a causa dell'epilessia.

Che filotti per Biondi e Otto

Il nuoto va via nel segno di due campioni che fanno incetta di medaglie. Il primo è l'americano Matt Biondi che arriva a Seoul con l'intento di eguagliare il record di 7 ori di Spitz. Non ci riesce ma sale comunque sul podio in tutte le gare, con 5 ori. Per la verità inizia male finendo sconfitto nella prima gara, i 100 farfalla, per mano di Anthony Nesty, che viene dal piccolo Suriname e diventa il primo uomo di colore a vincere un oro nel nuoto olimpico. Finita prima di cominciare la grande corsa a Spitz, Biondi perde anche la sua seconda gara, i 200 stile libero, per mano dell'altro americano Armstrong. Ma da qui Biondi innesta la marcia vincente collezionando gli ori dei 50 e 100 stile libero e delle tre staffette. Certo, la sfida a Spitz è persa, ma 5 ori sono un bottino comunque memorabile. Fa en plein invece la tedesca dell'est Kristin Otto che partecipa a 4 gare individuali e alle 2 staffette (tra le donne non c'è la 4x200) vincendo 6 ori. La Otto tra l'altro riesce ad imporsi in tre stili diversi, farfalla, dorso e libero, cosa mai tentata, neanche da Spitz.
Si laureano tra i grandi campioni l'ungherese Tamas Darnyi che domina i misti e l'americana Janet Evans, padrona del mezzofondo con la tripletta 400 misti, 400 e 800 stile libero. Ma entusiasmano anche una ragazzina ed un veterano. La 14 enne ungherese Pristina Egserzegi diventa la più giovane nuotatrice d'oro della storia con la vittoria nei 200 dorso. Il russo Vladimir Salnikov risorge invece da un lungo periodo di oblio e torna ai fasti di Mosca '80 rivincendo i 1500 metri. Un'impresa straordinaria che gli regala una standing ovation degli altri atleti nel Villaggio Olimpico.


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