Olimpiadi Mosca 1980

Una mezza Olimpiade

Olimpiadi Mosca 1980Il periodo buio della storia olimpica è ancora lontano dal concludersi. Anche nel 1980 è la politica a dominare già da molti mesi prima dell'inizio dei Giochi. Del resto la città scelta per ospitare l'edizione del 1980 è Mosca e vista la situazione internazionale non può che innescare una serie di proteste e discussioni che portano a boicottaggi più o meno evidenti. Il movente stavolta è l'Afghanistan: nel dicembre del '79 il regime sovietico ha ordinato l'invasione di questo paese già distrutto da una lunga guerra civile per sostenere il governo comunista contro i nazionalisti musulmani. Un'azione militare che andrà avanti per tutti gli anni Ottanta provocando un milione e mezzo di morti. Ma torniamo ai Giochi: già dalle prime settimane successive all'invasione sovietica in Afghanistan si comincia  a parlare di un boicottaggio delle Olimpiadi moscovite ed il fronte dei paesi contrari ad andare in Russia si amplia velocemente. Gli americani sono ovviamente in primissima fila e chiedono agli alleati del blocco occidentale di allinearsi al boicottaggio, ma anche i paesi musulmani fanno sentire la propria voce guidati dall'Arabia che annuncia per prima la non partecipazione ai Giochi. Anche in Italia le discussioni sono complesse: il governo vorrebbe il boicottaggio, ma la parola finale spetta al CONI che decide invece di partire con una soluzione un po' arrangiata. Non ci sono infatti la bandiera e l'inno nazionali, sostituiti da quelli olimpici, e gli atleti appartenenti a corpi militari debbono restare a casa. Una situazione di ambiguità testimoniata da Federico Euro Roman, un 20enne triestino che vince l'oro nell'equitazione (concorso completo): la federazione di sport equestri è favorevole al boicottaggio e non vuole concedere i cavalli per le Olimpiadi. Deve intervenire il CONI a sbloccare la situazione, ma Roman e compagni si trovano a dover partire senza veterinario e maniscalco, costretti dalla Federazione a restare a casa. Ai cavalieri non resta che cercare il personale a proprie spese e la volontà di questi ragazzi è ripagata dall'oro di Roman e dall'argento della gara a squadre conquistato insieme al fratello Mauro, a Anna Casagrande e Marina Sciocchetti. Anche in America la disputa tra il presidente Carter e il Comitato Olimpico crea qualche imbarazzo, ma alla fine i dirigenti sportivi sono costretti ad allinearsi alle scelte della Casa Bianca e nasce così un'Olimpiade senza americani. Oltre agli Stati Uniti aderiscono al boicottaggio anche la Germania Ovest, la Norvegia, il Canada, il Giappone, il Kenya, l'Arabia, il Marocco, per un totale di ben 60 paesi su 141 facenti parte il CIO che rinunciano alle Olimpiadi di Mosca. Non c'è neanche la Cina che è da poco rientrata nel CIO, dopo esserne uscita negli anni Cinquanta per protestare contro l'ammissione di Taiwan. Con una soluzione simile a quella italiana arrivano invece a Mosca Francia e Gran Bretagna. E proprio due inglesi sarano tra le grandi stelle di questi Giochi a metà.

Ovett-Coe: la sfida dei Giochi

Naturalmente l'atletica è tra gli sport più colpiti dal boicottaggio, ma così non è per il mezzofondo veloce dove furoreggiano due inglesi, Steve Ovett e Sebastian Coe. I due sono tra le più grandi stelle dell'atletica degli ultimi anni, ma si sono sfidati pochissime volte, preferendo sempre tenersi alla larga l'uno dall'altro nei grandi meeting. Mosca è la grande occasione di sfida su due atti, 800 e 1500 metri. Si comincia dalla gara corta: Coe è il favorito, avendo da poco strappato il record mondiale a Juantorena (ormai distrutto dai problemi ai tendini), ma Ovett sfrutta l'azione del sovietico Kirov per portarsi avanti e nessuno riesce più a superarlo, con Coe che è argento. Si attende la risposta che arriva puntuale: sui 1500 è Ovett il favorito e la storica doppietta sembra probabile, ma Coe gli rende pan per focaccia battendolo in una specialità nella quale era imbattuto da tre anni, con un rettilineo finale al fulmicotone. Alla fine Ovett deve accontentarsi del 3° posto dietro anche al tedesco orientale Straub.

 

   

Un altro dei pochi personaggi di spicco dell'atletica è l'etiope Mirus Yfter. Con dei cambi di ritmo micidiali ai 200 metri conclusivi vince sia i 5000 che i 10000, ripetendo così la doppietta di Viren a Monaco e Montreal. Il finnico è ancora qui presente ma non è più quello di un tempo e finisce 5° sui 10000. Yfter è un personaggio quanto mai curioso: nel '72 aveva conquistato il bronzo sui 10000 ma poi non si era presentato alla partenza dei 5000: si dice che qualcuno lo avesse rinchiuso in un bagno. A Montreal era rimasto a casa per il boicottaggio e qui si prende una grande rivincita. Di Yfter nessuno conosce l'età: non esiste un suo certificato di nascita ma pare che sia vicino ai 40. E' piuttosto in là con gli anni anche Viktor Saneyev, che del resto è campione olimpico del triplo dal '68. Qui cerca il quarto oro, ma l'impresa gli sfugge per 11 centimetri per "colpa" di un altro sovietico, Uudinae. Entra nella storia il maratoneta Valdemar Cierpinski che doppia l'oro di Montreal, un'impresa riuscita solo a Bikila, anche se l'etiope era atleta in grado di regalare ben altro. Tra gli atleti più celebrati è senz'altro Daley Thompson, un inglese che domina il decathlon. Thompson è di madre scozzese e padre nigeriano: le sue capacità atletiche sono straordinarie ed il suo volto con i voluminosi baffoni diventerà uno dei più celebri dello sport anni Ottanta.

Quanta Italia nell'atletica

Con il pur leggero favore del dimezzamento della concorrenza l'Italia è tra le grandi protagoniste nell'atletica, con un tris d'oro. La caratura di queste medaglie resta però elevatissima perché a conquistarle sono campioni che segnano un'epoca nelle rispettive specialità imponendosi a livello mondiale per molti anni. Il primo è Pietro Mennea: lo sprinter pugliese ha stabilito l'anno prima il record del mondo dei 200 metri a Città del Messico con un 19.72 che resisterà per quasi vent'anni. A Mosca parte male finendo fuori nei 100 metri e sembra doversi ripetere la delusione di Montreal, cui ha fatto seguito un quadriennio di grandi alti e bassi, tra record, titoli europei, litigi con i giornalisti, polemiche, che fotografa bene il personaggio Mennea. Sui suoi 200 metri però arriva la svolta: l'avversario più temibile è lo scozzese Wells, già oro sui 100, che parte fortissimo ed esce per primo dalla curva. Mennea però trova il cambio di marcia e ad una manciata di metri dal traguardo riagguanta e supera Wells vincendo il sospiratissimo oro. Molto più amata dal pubblico è Sara Simeoni, la regina del salto in alto, che è tra le pochissime a spezzare il dominio delle misteriose donne dell'est nell'atletica. Anche lei è a Mosca con il record del mondo, stabilito a Brescia nel '78. In finale si trovano in 3 in gara alla quota di 1.97: la Simeoni, la polacca Kielan e la tedesca Kirst. Un salto buono può valere l'oro ed è la veronese a trovarlo al secondo tentativo, mentre le avversarie continuano a sbagliare. Il suo oro è il secondo nella storia olimpica italiana nell'atletica femminile dopo quello di Ondina Valla a Berlino '36. Il 3° oro azzurro nell'atletica lo porta via da Mosca il marciatore Maurizio Damilano nella 20 km. Piemontese di 23 anni, Damilano vince largamente e inizia una raccolta di medaglie che proseguirà per oltre un decennio, fino al titolo mondiale del '91 a Tokyo.


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