Olimpiadi Los Angeles 1984

La vendetta sovietica

Olimpiadi Los Angeles 1984A quattro anni di distanza dal boicottaggio occidentale alle Olimpiadi di Mosca i sovietici rispondono con la stessa moneta in vista di Los Angeles '84. Purtroppo è ancora la politica a dominare la vigilia dei Giochi che per la terza volta di fila debbono subire le mutilazioni dei boicottaggi. Per la precisione l'Unione Sovietica non parla mai di boicottaggio, limitandosi ad una non partecipazione che è però solo un inutile addolcimento di quella che è una chiara vendetta. A Mosca '80 i Giochi erano stati pesantemente condizionati dalle assenze di Stati Uniti e di quasi tutto l'Occidente e quello che sarebbe successo a Los Angeles era già preventivato da molti. Così nel maggio dell'84 arriva l'ufficialità: l'Unione Sovietica non partecipa ai Giochi ed invita i paesi del suo blocco a fare altrettanto. I motivi sono le presunte carenze per la sicurezza dei propri atleti e dirigenti, addicendo a manifestazioni anticomuniste che sarebbero in preparazione in America per il periodo dei Giochi. In realtà è un boicottaggio in piena regola per vendicare quello americano a Mosca. Alla richiesta sovietica di allinearsi alla non partecipazione aderiscono quasi tutti gli stati satellite dell'est europeo, ma non la Romania di Ceaucescu e la Jugoslavia di Tito. Proprio i rumeni sarano tra i più applauditi in America conquistando, oltre alle simpatie per lo sgarbo fatto ai padroni sovietici, grandi allori sportivi. Nonostante la mancanza dell'URSS si registra un nuovo record di paesi partecipanti, ben 140 (solo 19 non partecipano tra cui Cuba ed Etiopia) tra i quali spicca la Cina. Il gigante asiatico torna ai Giochi a cui mancava dal 1952: un chiaro segno dell'avvicinamento con gli americani iniziato negli anni Settanta. E i cinesi raccolgono subito buoni risultati con 32 medaglie complessive, in buona parte provenienti dalla ginnastica, dove brilla Li Ning che con 3 ori e 6 podi complessivi è l'atleta più medagliato di Los Angeles '84. E' una supremazia dettata anche dall'assenza di sovietici e paesi dell'est ma dà comunque l'idea del potenziale cinese.
Si comincia il 28 luglio al Memorial Coliseum del 1932, rinnovato per l'occasione, con una cerimonia che regala grandi emozioni, come il giuramento degli atleti letto da un emozionato Edwin Moses. Gli americani danno fin da subito l'idea dello sport-spettacolo e business che caratterizza queste Olimpiadi: si va ancora un passo più in là, con un'organizzazione che è ormai in mano a privati sostenuti da grandi sponsor ed il gioco sembra funzionare. L'edizione di Los Angeles resta infatti un indubbio successo, economico ed organizzativo, a cui si aggiungono le presenze di grandi campioni, uno su tutti un velocista e saltatore americano che fa rivivere le epiche imprese di Jesse Owens.

Il poker di Lewis

I Giochi trovano ben presto il protagonista indiscusso in Carl Lewis, un 23enne dell'Alabama che fa rivivere le gesta di Jesse Owens rivincendo le stesse gare del mitico campione di Berlino '36. Lewis si guadagna l'apellativo di Figlio del vento e solo il fatto di correre a livello del mare gli preclude la strada verso i record del mondo individuali, tutti stabiliti in altura. La sua forza però è chiara: Lewis è un predestinato, un talento naturale tra i più grandi che lo sport abbia mai conosciuto. Al Coliseum scende in pista per 13 volte in 8 giorni, sempre con grande sicurezze senza sbagliare una mossa. Del resto è imbattuto in tutte le sue gare da tre anni ed il suo dominio è rotondo e non toccato dal boicottaggio sovietico. Vince i 100 metri in 9.99, i 200 con uno strepitoso 19.80, il salto in lungo con 8.54 e la staffetta col primato mondiale di 37.83. Non sembra mai al limite, mai in difficoltà e forse anche per questo Lewis non conquista una simpatia pari al valore delle sue imprese. Sarà al tramonto della carriera che invece il pubblico gli si stringerà più attorno, come all'ultima apparizione olimpica nel '96, quando a 35 anni sarà ancora in grado di vincere la sua 9° medaglia d'oro. Un record di longevità davvero impressionante per delle discipline di un'universalità assoluta come velocità e salti.

I drammi di Decker e Anderssen

Se Lewis vince ma non conquista per doti umane, ci sono invece un paio di atlete che non tornano a casa con medaglie ma raccontano sulle piste storie drammatiche che emozionano tutti. Mary Decker è una piccola mezzofondista americana martoriata da mille infortuni.

 

   

Dopo aver dovuto rinunciare a Mosca per il boicottaggio si rimette di nuovo in sesto con un ennesimo intervento ai tendini e conquista due titoli mondiali nei 1500 e 3000 metri. Los Angeles è la sua grande occasione, ma a metà della finale dei 3000 un contatto con l'altra favorita, la britannica d'origine sudafricana Zola Budd (che corre a piedi nudi) è fatale: Mary finisce per terra ed abbandona i suoi sogni, la Budd è solo 7° e l'oro va alla rumena Puica.
La svizzera Gabriela Anderssen Schiess fa invece rivivere le gesta di Dorando Pietri nella prima maratona olimpica femminile. La svizzera arriva nello stadio in preda ad una crisi di disidratazione, ma vuole finire a tutti i costi la gara. Il suo zigzagare sulla pista con le braccia ciondolanti tiene il pubblico col fiato sospeso ma il suo coraggio è premiato e la Anderssen riesce a concludere la gara, che per la cronaca va all'americana Joan Benoit.
Le donne dell'atletica conquistano grandi spazi: la marocchina Nawal El Moutawakel è la prima donna di un paese islamico a vincere un oro olimpico. Sono suoi i 400 ostacoli, al debutto nel programma dei Giochi. In Marocco la vittoria è accolta con straordinario entusiasmo: per il paese maghrebino è la prima medaglia d'oro olimpica a cui si aggiunge subito quella di Said Acuita, un 24eene che si allena in Italia, a Tirrenia e che si impone nei 5000 metri. I due al rientro in patria sfilano per la capitale a bordo di un'auto accompagnati dalle principesse.
Nella velocità splende Evelyn Ashford, un'americanina che corre i 100 con uno splendido 10.97, mentre la sua connazionale Valerie Brisco-Hoocks realizza la doppietta 200-400 che non era mai riuscita a nessuno, aggiungendo anche l'oro della staffetta 4x400.

Il Profeta della solitudine

Attesissimo sulla pista del Coliseum è Edwin Moses, già campione a Montreal 8 anni prima e appiedato a Mosca. Nel frattempo è diventato un autentico mito con una sequenza di vittorie iniziata nel 1977 e che si protrarrà fino al 1987 per la bellezza di 122 gare. Si è guadagnato anche il suo bel soprannome, il Profeta della solitudine, perché fa sempre gara a sé. A Los Angeles però i suoi 400 ostacoli deve sudarseli perché l'assalto del giovane connazionale Harris è convinto ed insidioso. Moses riesce a spuntarla, ma proprio Harris da qui inizia la sua rincorsa al grande rivale, riuscendo finalmente a sconfiggerlo 3 anni più tardi.
Un altro splendido atleta che si conferma è il decatleta britannico Daley Thompson che ha la meglio  sul tedesco Hingsen dopo un acceso duello. Ancora oro per Sebastian Coe che rivince i 1500 metri ma deve lasciare i prediletti 800 al brasiliano Joaquim Cruz.

Quanta Romania

"Sfuggita" al boicottaggio di casa madre Russia, la Romania raccoglie un successo strepitoso a Los Angeles issandosi in un inedito e sorprendente 2° posto nel medagliere finale dietro agli americani con la bellezza di 53 medaglie complessive. Le ragazze della ginnastica, senza più la Comaneci ormai ritirata, lanciano la sfida alle padrone di casa che vengono un po' avvantaggiate dalle giurie. Nonostante questo portano a casa 4 ori con Ecaterina Szabo, uno a pari merito con la connazionale Pauca. La Romania fa man bassa nel canottaggio e nella canoa, ma si fa valere anche nell'atletica, dove Doina Melinte vince gli 800, la già citata Puica i 3000, la Stanciu il lungo.


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