Olimpiadi Atlanta 1996

Lo scippo della Coca-Cola

Olimpiadi Atlanta 1996Le olimpiadi arrivano al loro Centenario: un evento storico che sembrerebbe naturale festeggiare là dove i Giochi hanno visto la luce, dove affondano nel mito e dove sono risorti con l'edizione di Atene 1896. E la capitale greca sarebbe la grande favorita della corsa tra le candidate, ma nell'estate del 1989 esce il nome di Atlanta che suscita qualche malumore. La capitale della Georgia è la città della Coca-Cola, uno degli sponsor che più si sono legati ai Giochi Olimpici e lo sgarbo è fin troppo chiaro. Al momento di scegliere tra la storia, la poesia, i valori tradizionali delle Olimpiadi o il freddo monetizzare di certe logiche dello sport moderno il CIO sceglie il secondo. Non è una decisione felice: l'organizzazione americana non è all'altezza, trasporti e manifestazioni sono approssimativi e caotici, ma soprattutto non c'è atmosfera. La città sembra andare per conto proprio, non ha niente di olimpico neanche nello spirito.
A questo si aggiunge un attentato che fa una vittima: il 27 luglio esplode una bomba al Centennial Park che causa anche più di 100 feriti. Per fortuna ci sono anche i campioni e le loro storie. La più straordinaria è quella di un ormai ex atleta, Muhammed Alì, che è il coupe de teatre della cerimonia d'apertura. Il mitico pugile, oro a Roma nel '60, è il prescelto per l'accensione del braciere. Alì è da anni affetto dal morbo di Parkinson e la sua figura tremante che accende il simbolo dei Giochi è una delle immagini più emozionanti della storia olimpica.
Ad Atlanta lo scenario internazionale presenta ancora grandi novità: le nazioni dell'ex Unione Sovietica gareggiano ognuna per conto proprio, torna a pieno titolo la Jugoslavia ormai ridotta a Serbia e Montenegro e si presenta anche una rappresentativa della Palestina. Per la prima volta tutti i Comitati Olimpici Nazionali riconosciuti dal CIO si presentano ai Giochi. Tra gli sport esordiscono il calcio femminile, la mountain bike e il beach volley.

Il soldatino volante

A cancellare quanto di negativo raccontano i Giochi di Atlanta sono le imprese dei campioni. Il più formidabile è Michael Johnson, un americano del Texas che a Barcellona era stato messo fuori causa nelle gare individuali da un'intossicazione alimentare e si era dovuto accontentare della vittoria nella staffetta. Qui promette di rifarsi e non si risparmia. Johnson ha uno stile di corsa inconfondibile, falcata breve a frequenze altissime, baricentro basso e postura sempre impettita gli danno l'aspetto di un soldatino.

 

   

Viene da una famiglia modesta e numerosa e per emergere ha dovuto fare sacrifici veri. Arriva ai Giochi sulla scia del record del mondo dei 200 strappato a Mennea durante i Trias nello stesso stadio dove si svolgono i Giochi e l'attesa è per nuove imprese. Un'attesa che non va delusa: Johnson decide di cimentarsi sia sui 200 che sui 400 metri per tentare una doppietta mai riuscita prima. Il presidente della Federazione di atletica Primo Nebiolo risistema gli orari delle gare per dargli modo di provare l'impresa e Johnson si sdebita con prestazioni impressionanti. Nei 400 metri scava un solco di quasi un secondo tra sé e gli altri, il più grande distacco mai registrato in una finale olimpica del giro di pista. Manca il mondiale ma poco importa. Sui 200 cerca di gestirsi durante i turni eliminatori e qualche avversario impressiona più di lui, uno su tutti il namibiano Fredericks. Ma in finale Johnson esplode tutta la sua furia senza più riserve: esce dalla curva fortissimo e continua ad aumentare con frequenze impressionanti. Il cronometro si ferma su 19.32, un tempo mostruoso, ben 40 centesimi meglio del record di Mennea in carica fino a poche settimane prima. E' una delle prestazioni più incredibili della storia dello sport, paragonabile all'8.90 di Beamon nel '68 o al 10 della Comaneci del '76. L'entusiasmo che scatena è lo stesso: tutti si rendono conto dell'unicità di quanto accaduto. Passano quasi inosservati il 19.68 con cui Fredericks è ancora 2° e il 19.80 di Boldon, l'uomo di Trinidad, che è bronzo.
Per un curioso gioco del destino anche la principale protagonista dell'atletica femminile realizza la stessa, rarissima, doppietta di Johnson, 200 e 400. E' Marie Josè Perec, una bella francese originaria della Guadalupa, a realizzare l'impresa. La Perec ha una corsa più elegante rispetto a quella di Johnson e non realizza record del mondo solo perché questi sono detenuti da atlete al limite del sospetto. Sui 400 però piazza un 48.25 che è la terza prestazione di sempre e diventa una sorta di primato ufficioso dietro a quelli ufficiali ma misteriosi. Una vittoria che la fa diventare anche la prima atleta di entrambi i sessi a confermarsi campionessa olimpica sul giro di pista.

L'ultima di King Carl

Ad Atlanta si consuma l'ultimo atto della carriera per uno dei più grandi di sempre, Carl Lewis. Negli anni è passato da "Figlio del vento" a "King Carl" ed ormai 35enne ha perso quel po' di competitività negli sprint. Lewis non riesce così a qualificarsi per i 100 e 200 metri, ma stacca il biglietto per il lungo, dove è campione da Los Angeles '84 e può inseguire il poker riuscito solo al discobolo Al Oerter. Lewis fa un po' fatica ad entrare in finale ma poi riesce a piazzare un bell'8.50 che mette tutto a posto e gli consegna il 9° oro olimpico di una carriera impareggiabile. Gli riesce anche di fare un "dispetto" alla star Johnson: la sua finale del lungo si svolge nella stessa serata di quella dei 400 metri e Lewis strappa la scena la rivale che in carriera ha sofferto non poco l'ingombrante figura di King Carl. 


I 100 metri vanno invece al canadese Donovan Bailey che strappa il Mondiale al battutissimo americano Burrell, fuori dal podio, con un 9.84 e costringe Fredericks ad un altro argento, il 4° in due Olimpiadi. Va peggio a Christie, il grande britannico oro a Barcellona: incappa in due partenze false e viene così squalificato. Nei 100 femminili per assegnare la vittoria è necessario il fotofinish che conferma il titolo all'americana Gail Devers sulla giamaicana Merlene Ottey. La Ottey ripete in pratica quanto fatto da Fredericks, con un argento anche sui 200: un'etichetta da eterna 2° che accompagna la giamaicana per tutta la carriera. Non è così per Svetlana Masterkova, la russa che si impone come regina del mezzofondo veloce, anche un po' a sorpresa. Inattesa è soprattutto la vittoria sugli 800, dove si aspetta la sfida tra la cubana Quirot, tornata a correre dopo aver rischiato la vita in un incendio domestico che le ha causato ustioni sul 40% del corpo,  e la poderosa mozambicana Maria Mutola. La Masterkova batte entrambe e doppia con i 1500 metri, un'accoppiata che non si verificava dal '72. Il mezzofondo maschile vede invece la rivincita dell'algerino Morceli su Cacho nei 1500, gara dove l'atro grande, El Guerrouj, deve arrendersi per una caduta: una sfortuna che il marocchino riuscirà a sfatare solo 8 anni più tardi. Altri splendidi atleti sono il triplista Kenny Harrison che si aggiudica un duello su misure eccezionali con l'inglese Jonathan Edwards, il re dei 110 ostacoli Allen Johnson, il ceco Jan Zelezny che si riconferma il migliore nel giavellotto e l'etiope Gebresilassie. Sui 10000 metri si consuma l'attesa sfida con il keniano Paul Tergat che Gebresilassie fulmina con il solito cambio di ritmo finale improponibile. Gebre, con i suoi modi gentili, il sorriso sempre pronto in ogni situazione, diventa uno dei personaggi più amati non solo di questi Giochi ma di tutto lo sport anni Novanta. Grande risalto tocca all'eptathleta Ghada Shouaa, primo oro olimpico per la Siria, mentre il decathlon festeggia Dan O'Brian, l'americano pluridecorato che era rimasto a casa a Barcellona per aver fallito i Trias.
Continua la maledizione olimpica di Sergey Bubka che si infortuna nelle qualificazioni dell'asta e vede salire sul gradino più alto il francese Galfione. Due bellissime gare vengono dal salto in alto: l'americano Austin fa un grande 2.39 con il quale detronizza il cubano Sotomayor, la bulgara Kostadinova corona un lungo inseguimento all'oro olimpico con un 2.05. Le staffette sono terreno americano, con solo la 4x100 maschile che va al Canada di Bailey.
All'Italia restano 4 medaglie, di cui ben 3 al femminile. Fiona May, britannica diventata azzurra per matrimonio, viene battuta nel lungo da una nigeriana appena rientrata da una lunga squalifica per doping, Chioma Ayunwa. Elisabetta Perrone trova invece sulla sua strada la russa Nikolayeva nella 20 km di marcia e Roberta Brunet si inserisce a sorpresa sul 3° gradino del podio dei 5000 della cinese Wang. Bronzo anche per Alessandro Lambruschini, una medaglia che vale oro perché rompe la fila dei formidabili keniani dei 3000 siepi che debbono "accontentarsi" della doppietta Keter-Kiptanui.

Lo zar della piscina

L'uomo che catalizza gran parte delle attenzioni nel nuoto è il russo Alexandre Popov. Già campione di 50 e 100 stile libero a Barcellona, Popov ripete qui la storica impresa oltre a guadagnare due argenti nelle staffette: era dal 1928 con Weismuller che nessuno vinceva per due volte i 100 metri. Sia sui 50 che sui 100 la sua vittima è l'americano Gary Hall jr., che si guadagna la fama di eterno 2° che riuscirà in extremis a sfatare otto anni più tardi. Poche settimane dopo i Giochi la vita di Popov ha una svolta drammatica: a Mosca viene accoltellato in maniera gravissima da un venditore di cocomeri. Miracolosamente il campione saprà tornare in piscina come se niente fosse accaduto e a conquistare il titolo mondiale dei 100 nel '98. La sua esperienza ed il carisma lo portano anche nel CIO come rappresentante degli atleti. A completare i successi russi in piscina c'è anche Denis Pankratov, il fenomeno della farfalla che fa la doppietta 100-200. Gli americani ne escono così piuttosto malconci e debbono ricorrere soprattutto alle staffette per rimpinguare il carniere. Tra le donne c'è ancora Kristina Egerszegi che si impone per la 3° volta di fila nei 200 dorso, un'impresa inedita nella storia del nuoto. Fa sensazione anche un'irlandese, Michelle Smith che a 26 anni, un'età piuttosto avanzata per le nuotatrici, trova il suo apice con addirittura un triplo oro nei 400 stile, 200 e 400 misti. Per i padroni di casa qui c'è Amy Van Dyken e fa squadra da sola: sono suoi gli ori dei 50 stile, dei 100 farfalla e  delle due staffette. All'Italia arriva una sola medaglia dal nuoto: la conquista Emanuele Merisi, un bronzo sui 200 dorso.


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