Tecniche per prevenire gli attacchi di panico

A cura del Dott. Stefano Casali


2.   Alberto, a 18 metri di profondità, si accorge di aver esaurito l'aria. Non riesce a vedere il suo compagno d'immersione. Ha un attacco di panico: "O mio Dio, mi toccherà morire! Come è potuto succedere? Non posso respirare! Dove diavolo è il mio compagno? Mi ha lasciato qua". Alberto vede la superficie distante e comincia a pinneggiare più forte che può verso l'alto. In preda al panico e senza riflettere, trattiene il fiato e raggiungendo la superficie è colpito da Malattia da Decompressione (MDD). subacqueoAnche in questo caso la sequenza cognitiva avrebbe dovuto essere la seguente. FERMARSI: "Ho terminato la mia riserva d'aria, è certo. Non riesco a vedere il mio compagno e non ho tempo per mettermi a cercarlo". RESPIRARE: "Questo è il problema. Non posso inalare acqua". PENSARE: "Avrò un buon mezzo minuto d'aria nei miei polmoni. Debbo ricordare la prima regola dell'immersione subacquea "Non trattenere mai il respiro". D'accordo, mi tocca fare una risalita d'emergenza. Debbo essere sicuro di espirare completamente risalendo. E' meglio che sgancio e abbandono la cintura dei pesi". AGIRE: Alberto toglie la cintura che cade velocemente giù. Usa la frusta per gonfiare un po' il GAV e scopre che è rimasta dell'aria sufficiente per questo scopo. Nuota velocemente verso la superficie continuando ad espirare e fa tutto questo concentrandosi sulle bolle d'aria che provengono dai sui polmoni. In pochi secondi raggiunge la superficie e in quel momento gonfia manualmente il suo GAV. Alberto si è salvato perché ha reagito in modo appropriato ad una situazione estremamente angosciante.

 

 3.    Giovanna, una subacquea che ha conseguito da poco il brevetto, si prenota per andare una mattina a fare un'immersione in un relitto con un gruppo di subacquei esperti. E' da sola e ritiene che potrà trovare un compagno in barca. Sufficientemente sicura viene messa in coppia con una specie di Rambo delle immersioni, che ha già effettuato centinaia di immersioni in quella zona. Arrivati vicini al sito del relitto, la guida informa il gruppo che la prima immersione sarà effettuata a 30 metri, oltre il doppio della profondità massima che Giovanna abbia mai raggiunto prima. Quasi-panico. Giovanna è ansiosa: "Non posso ritirarmi adesso". Razionalizza: "Questa immersione non dovrebbe essere diversa dalle due precedenti che ho effettuato a 18 metri durante il corso per il brevetto. Spaventata pensa: "Cosa succederà se perdo il contatto con il mio compagno? Dovrò seguirlo per forza dentro il relitto? Potrò aspettarlo furori? Alla fine avrò aria a sufficienza? Dannazione, come faccio a decidere? Se dico qualcosa verrò presa per un'oca! Debbo immergermi e vedere cosa succede. Ma cosa faccio se insorge un problema? In preda ai dubbi, angosciata e in iperventilazione, Giovanna inizia l'immersione. Alcuni minuti dopo, mentre sta nuotando sopra il relitto e cerca di restare vicino al compagno, Giovanna rimane sconvolta nel vedere che il manometro segnala che sta per entrare nella zona di riserva dell'aria: interrompe allora l'immersione e risale velocemente senza effettuare la sosta di sicurezza. Giovanna avrebbe dovuto: FERMARSI ."La prima immersione a 30 metri? Questa non è una situazione che garantisce la mia sicurezza in base al mio livello di preparazione". RESPIRARE: "Non ho bisogno di provare un attacco di panico. Sono contenta di non essermi immersa. Il mio respiro torna normale e così pure le mie sensazioni". PENSARE: "Non sono mai stata a quella profondità e non è adesso il momento di andarci, specialmente con Rambo come compagno d'immersione. Non ho molte speranza che mi stia vicino. Sono andata in affanno solo pensando a tutte le cose peggiori che potrebbero succedermi là sotto". AGIRE: Giovanna dice al Dive Master che ha conseguito il brevetto da poco tempo e che non si sente sicura di effettuare questa immersione a 30 metri e che preferisce non immergersi e partecipare invece alla seconda che si svolgerà in tarda mattinata intorno ai 18 metri con tutto il gruppo di sub. "Non c'è alcun problema" risponde l'istruttore. Rambo farà coppia con un'altra persona e Giovanna effettuerà l'immersione più sicura un paio d'ore più tardi. La finalità di questa "strategia" cognitiva è quella di ricordare sempre e ripetersi con frequenza, che in caso di emergenza "ogni problema può - e dovrebbe - essere risolto sott'acqua" e non attraverso una risalita incontrollata.

Nei principali manuali di didattica di subacquea in riferimento allo stress si possono trovare frasi del tipo: "Se non ci si sente a posto, ricordare sempre di Fermarsi, Riposarsi, Pensare e, solo dopo, Agire. Se ci si dirige verso la superficie, occorre farlo lentamente ed in modo controllato, respirando regolarmente e curando soprattutto l'espirazione. Una volta in superficie, gonfiare bene il GAV e sganciare la zavorra. In situazioni di emergenza, il galleggiamento sarà migliore e la risalita in barca più agevole. Se sapete di avere tendenza al panico, evitate di immergervi in situazioni potenzialmente stressanti o con compagni che non conoscete bene e che non potrebbero aiutarvi ad affrontare efficacemente una situazione di improvvisa ansia. Qualunque cosa succeda, pensate e combattete il panico". Il limite di questi suggerimenti è relativo al fatto che può trovare una validità solo per quanto riguarda gli attacchi di panico che il DSM-IV-TR classifica come "causati dalla situazione (provocati), mentre non ha alcuna rilevanza per le altre due forme di panico, quelli inaspettati e sensibili alla situazione, che rappresentano clinicamente la maggior parte delle situazioni di panico. Altro elemento che colpisce della manualistica sull'immersione è la confusione terminologica tra stress, ansia e panico e l'assenza di argomentazione sullo "arousal" nella parte della didattica dedicata agli incidenti nell'attività subacquea.


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Ultima modifica dell'articolo: 24/12/2015