Panico nell'immersione subacquea

A cura del Dott. Stefano Casali

L'attacco di  panico

Studi epidemiologici sulla popolazione condotti negli USA hanno osservato una prevalenza annuale dei disturbi di panico compreso tra 0,4/100 e 1,5/100, mentre quelli europei e italiani danno una prevalenza annua del 1,7/100 [7]. Uno studio [8], tra chi pratica attività subacquea, ha evidenziato che il panico è più alto fra le donne (64%) rispetto agli uomini (50%), Subacqueoma che sono maggiormente questi ultimi (48%) che percepiscono questo evento come una minaccia alla propria vita (nelle donne la percentuale è del 35%). Anche subacquei con molti anni di esperienza possono sperimentare un attacco di panico. Una possibile spiegazione è data dall'ipotesi che in tali situazioni il subacqueo, perdendo la familiarità con gli oggetti dell'ambiente circostante, sperimenti una forma di deprivazione sensoriale. Questo fenomeno è stato definito "Blu Orb Syndrome", che ha delle caratteristiche che lo avvicinano all'agorafobia che può accompagnare il panico sulla terraferma. Gli attacchi di panico, secondo il DSM-IV-TR [9], possono manifestarsi nel contesto di qualsiasi disturbo d'ansia come pure in altri disturbi psichici (fobia sociale, fobia specifica, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo post-traumatico da stress o disturbo d'ansia di separazione) e in alcune condizioni mediche generali. Si suddividono in:

 

A. Attacchi di panico inaspettati (non provocati): il subacqueo non ha alcun fattore di stress e avverte l'attacco a "ciel sereno";


B. Attacchi di panico causati dalla situazione (provocati) che si manifestano subito dopo l'esposizione a, o nell'attesa di, uno stimolo o fattore scatenante situazionale, come la perdita d'aria o altri malfunzionamenti dell'attrezzatura, il disorientamento in un relitto o in una grotta, una visibilità molto ridotta o il non vedere più il compagno di immersione;

 C. Attacchi di panico sensibili alla situazione, che sono simili agli attacchi del punto b, ma non sono invariabilmente associati allo stimolo e non si manifestano necessariamente subito dopo l'esposizione (ad esempio un attacco di panico si manifesta dopo mezz'ora in cui si è incrociato uno squalo o dopo aver effettuato una discesa nel "blu" lontano dalla parete).

 

E' stato osservato che individui ansiosi, sottoposti ad esercizio fisico intenso mentre indossano una maschera, se la strappano via dal viso se credono di non poter respirare adeguatamente. E' stato riferito di subacquei in preda al panico, che si toglievano l'erogatore e resistevano se il compagno cercava di rimetterglielo in bocca, nonostante avessero le bombole cariche ed un sistema di erogazione perfettamente funzionante. Un semplice pensiero o un'associazione può spesso far partire una reazione a catena di pensieri, come la seguente: "Ho troppo peso - Che succede se vado a fondo troppo velocemente? - Potrei rompermi un timpano - Nessuno potrebbe essere in grado di raggiungermi in tempo - Potrei finire sul fondo a oltre 25 metri lontano dalla barriera corallina - Potrei essere ferito - Sto per annegare - Panico!". Rimane un interrogativo: perché alcune persone vanno incontro ad un attacco di panico, mentre altri mostrano solo ansietà e riescono a gestire la situazione razionalmente? I fattori possono essere diversi, tra i quali: l'importanza specifica dello stimolo esterno per l'individuo coinvolto, il fatto che ci sia stato uno specifico addestramento e i risultati che l'addestramento ha avuto nel rafforzare le difese e l'adattabilità dell'individuo nei confronti di situazioni impreviste.


« 2 3 4 5 6 7 8 9 10 »


Ultima modifica dell'articolo: 19/04/2016