La nuova frontiera nel training: il legame tra neurofisiologia e sport

A cura del Prof. Guido M. Filippi

 

Tali metodiche, come si vede sono tuttavia indirette in quanto agiscono sul Sistema Nervoso proponendo allo stesso l'esecuzione di particolari esercizi, inoltre richiedono molto tempo e concentrazione da parte dell'atleta e fatica, che minano la capacità di eseguire correttamente l'esercizio.
Se con queste tecniche il movimento migliora, l'esecuzione motoria, dunque il gesto atletico, viene ottimizzato, due limiti notevoli suggeriscono a volte le scorciatoie della chimica. Il primo limite risiede nell'impegno del soggetto: maggiore è la concentrazione del soggetto a ciò che sta facendo, maggiore è il risultato. È difficile mantenere elevata per lungo tempo la concentrazione. Il secondo limite è ancor maggiore: usare tale tecnica per ottimizzare un movimento di estensione della gamba, non implica un'ottimizzazione di tale atto in qualunque esecuzione motoria, ma solo in quel particolare movimento, in quelle particolari condizioni. Esemplificando, un'ottimizzazione del movimento di leg extension avrà effetti molto modesti alla pressa, o esercitarsi nel tirare rigori, non implica un simile miglioramento anche nel tirare le punizioni.
L'ideale è dunque cercare di agire direttamente sul Sistema Nervoso Centrale, come su un computer in cui si cambia un software con uno più veloce e potente.

Si può agire direttamente sul Sistema Nervoso Centrale?
La risposta è assolutamente affermativa. La possibilità di modificare il modo di lavorare del nostro Sistema Nervoso è alla base dell'apprendimento, qualunque esso sia: imparare ed usare un nuovo numero di telefono o imparare ed attuare un gesto atletico implicano entrambi una modifica delle reti nervose che dovranno memorizzare ed utilizzare quanto appreso. L'uomo, con le sue reti nervose, è in grado di apprendere, dunque le sue reti nervose si possono modificare.
Se saliamo una scala ed un gradino è più alto degli altri di pochi millimetri, inciampiamo, con i pochi gradini iniziali il Sistema Nervoso ha appreso l'esatta altezza e agisce di conseguenza: il sistema di controllo motorio può imparare ed anche in modo straordinariamente rapido.
La neurofisiologia ha iniziato a mettere a fuoco tali possibilità e tali processi intorno al 1920 con Pavlov. Sono state individuate moltissime tecniche in grado di modificare, potenziandole, selezionate reti neurali, allo scopo di esaltarne alcune funzioni. La letteratura scientifica ogni anno pubblica migliaia di articoli su tali temi.

 

PARTE II

UNA NUOVA FRONTIERA.

 

In effetti la neurofisiologia dispone di una serie di metodiche per agire direttamente sul Sistema Nervoso.
La più nota, e per altro in ampio uso nello sport, si basa sui “condizionamenti operativi”. Si fornisce al soggetto un maggiore flusso di informazioni destinato a correggere gli errori nell'esecuzione motoria. L'uso degli specchi nelle palestre ha questo fine. Il Sistema Nervoso riceve un'informazione visiva più estesa e completa e può quindi capire meglio l'errore e correggere. Il soggetto impara “operando” e migliora il suo movimento, la tecnica, offrendo un maggiore flusso di informazioni si rivolge al Sistema Nervoso Centrale “condizionandolo”. Da qui si ha l'espressione “condizionamento operativo”. Lo stesso consiglio, la correzione attuata dall'allenatore sull'atleta, costituiscono un flusso informativo suppletivo e sono forme di “condizionamento operativo”.

Tuttavia la neurofisiologia da decenni punta ad individuare metodologie che consentano una vera modifica diretta dei circuiti nervosi, potenziandone l'efficacia d'azione.
La vibrazione meccanica è da decenni considerata  una potenziale metodica, in quanto lo stimolo vibratorio costituisce un segnale adeguato per i propriocettori, dunque uno stimolo elettivo per “entrare” nei circuiti di controllo motorio.
Da molti anni, periodicamente, compaiono, spesso ad ondate, articoli scientifici sull'utilizzo della vibrazione meccanica in ambito clinico e/o sportivo. Negli ultimi 5-6 anni l'attenzione della ricerca si è accesa nuovamente su questo tema; appare quindi importante fissare i fondamentali, da un punto di vista strettamente fisiologico, basandosi sulle acquisizioni di base per orientarsi su un tema potenzialmente importante, ma confuso.
È, come sempre, opportuno iniziare facendo chiarezza sulla terminologia. La vibrazione è un modo di propagazione dell'energia, sia essa elettromagnetica, elettrica, magnetica, termica o meccanica. Una vibrazione è semplicemente un'oscillazione di ampiezza, spesso periodica, dell'energia. Nel nostro caso si tratta di una propagazione di energia meccanica.

Data tale premessa, è abbastanza evidente che una vibrazione meccanica può essere straordinariamente variata nelle sue grandezze di intensità (che si esprimono in genere, in ambito biologico, in millimetri di spostamento ma, più correttamente, con unità di misura di forza, Newton o grammi o chili), frequenza, durata dei cicli (tempo di erogazione o applicazione della vibrazione). È altrettanto evidente che nella nostra quotidianità siamo esposti ad un enorme numero di vibrazioni meccaniche, sui mezzi di trasporto, spesso sui posti di lavoro, tenendo in mano un cellulare che vibra ecc.. Non per tale ragione se ne traggono benefici, al contrario di solito se ne hanno danni.
Nell'ambito della sperimentazione biologica si distinguono essenzialmente due tipi di vibrazione meccanica:

  1. La Whole Body Vibration, (WBV), la vibrazione meccanica che, partendo ad esempio dai piedi o dalle mani, ha capacità di invadere tutto il corpo (Figura 9)
  2. La vibrazione focale, che si applica ad un singolo gruppo muscolare.
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Ultima modifica dell'articolo: 24/12/2015

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