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      Ultima modifica: 23/11/2011

Proteina C reattiva

La proteina C reattiva (PCR), sintetizzata dal fegato e dagli adipociti, è una proteina (un'alfaglobulina) che aumenta la sua concentrazione ematica nella fase acuta di varie malattie, nei processi infiammatori ed in seguito ad alcune operazioni chirurgiche; dopo un evento acuto, nel giro di poche ore i suoi livelli possono raggiungere valori centinaia di volte superiori rispetto alle condizioni basali.

I livelli di proteina C reattiva aumentano significativamente in risposta ad una grande varietà di situazioni, tra cui - oltre a quelle già ricordate - infezioni di origine batterica e virale, infarto miocardico, neoplasie maligne, reumatismi articolari acuti, ascessi addominali, peritoniti, lupus eritromatoso sistemico e morbo di Chron. In generale, quindi, elevati livelli di proteina C reattiva indicano che l'organismo è sottoposto ad uno stress considerevole, ma non forniscono informazioni utili sull'origine del processo patologico, che dev'essere indagato attraverso altri esami.

La Proteina C reattiva si riscontra frequentemente nel siero di soggetti normali in concentrazioni molto basse, generalmente non superiori a 5-6 mg/L. Durante i processi infiammatori il titolo della proteina C reattiva può raggiungere valori molto elevati, fino a 500-1000 mg/L.

L'aumento sierico della proteina C reattiva contribuisce all'immunità innata o aspecifica, con attivazione dei complementi ed accelerazione della fagocitosi; si tratta quindi di un meccanismo messo in atto dall'organismo per difendersi dai sopraccitati eventi morbosi.

A causa dell'estrema variabilità delle condizioni a cui si associa, il dosaggio sierico della Proteina C reattiva perde il suo valore diagnostico quando la malattia del paziente non è definita; al contrario, si tratta di un esame molto importante nel monitoraggio di alcune patologie e nella valutazione dell'efficacia dei vari trattamenti terapeutici. Il riscontro di un diminuito tasso ematico di proteina C reattiva in seguito a trattamento antinfiammatorio, ad esempio, è indice di efficacia del percorso terapeutico.

I livelli di proteina C reattiva non sono specifici per la diagnosi di malattia, ma servono a valutarne la gravità e l'evoluzione quando essa è già stata diagnosticata, a prescrivere esami più approfonditi per indagarne le origini o a valutare l'efficacia della terapia adottata.

L'infiammazione endoteliale (l'endotelio è un particolare tessuto che riveste la superficie interna dei vasi sanguigni) è uno dei fattori principali che partecipano al processo di aterogenesi. Di conseguenza, elevati livelli basali di proteina C reattiva sono correlati ad un maggior rischio di coronaropatie ed infarto miocardico.

In uno studio, un livello basale di PRC superiore a 2,4 mg/L è risultato aumentare di due volte il rischio di coronaropatie rispetto ad un livello inferiore a 1 mg/L. I valori plasmatici di proteina C reattiva non sono dunque importanti soltanto nelle fasi acute di varie condizioni patologiche; anche in una persona sana, la loro determinazione può aiutare a stabilire il rischio cardiovascolare globale.

In definitiva, il dosaggio dei livelli sierici di proteina C reattiva, congiuntamente a quello di altri parametri ematochimici (LDL/HDL, omocisteina, colesterolo totale, APOB/APOA1, e trigliceridi), aiuta ad ottenere un quadro più completo del rischio cardiovascolare, ma non può sostituirsi completamente ad essi (in quanto indice aspecifico dell'infiammazione).

L'utilizzo di statine, farmaci efficaci per ridurre la colesterolemia totale e LDL, promuove una diminuzione dei livelli basali di proteina C reattiva; ciò suggerisce un loro potenziale impiego nel controllo del rischio cardiovascolare in pazienti con elevati livelli basali di PRC.


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