Pap-test

A cura di Eugenio Ciuccetti, Ostetrico


Una recente indagine condotta su 25.000 donne italiane ha evidenziato che solo una su due (cioè il 54%) di quelle comprese tra i 15 e i 54 anni, effettua visite regolari dal ginecologo e solo il 43% si sottopone regolarmente al pap-test.

Pap-testSi tratta di dati preoccupanti che ci pongono alle spalle degli altri Paesi europei e che, almeno parzialmente, rischiano di vanificare gli sforzi fatti dalla ricerca medica e scientifica a tutela della salute femminile.

Nonostante la recente introduzione del vaccino contro l'HPV (principale agente eziologico responsabile del cancro del collo dell'utero), infatti, il Pap-Test (o Test di Papanicolaou, dal suo inventore, il medico greco-americano Georgios Papanicolaou, vissuto tra il 1883 e il 1962) rimane lo strumento di screening e prevenzione più importante nei confronti di questo virus e della sua eventuale evoluzione tumorale.

Il test è consigliato a tutte le donne sessualmente attive. L'HPV infatti si trasmette proprio attraverso i rapporti sessuali. In particolare ogni donna tra i 25 e i 64 anni - come raccomandato dallo stesso Piano Sanitario Nazionale - dovrebbe sottoporsi al test una volta ogni tre anni.

Anche le donne in gravidanza, che non hanno effettuato un Pap-test negli ultimi due anni, dovrebbero sottoporsi all'esame e - qualora si rendesse necessario - alla successiva colposcopia e biopsia.

Il Pap-Test permette di individuare precocemente l'eventuale presenza di anomalie che non sono rilevabili con una semplice visita ginecologica, quindi di poter intervenire in modo più tempestivo e adeguato. Il tumore del collo dell'utero d'altra parte è caratterizzato da uno sviluppo graduale e relativamente lento. Occorre tempo prima che una neoplasia si manifesti clinicamente e anni prima che si trasformi nelle più gravi forme invasive. Ecco perché sottoporsi ad un regolare controllo significa tutelare attivamente ed efficacemente la propria salute e la propria vita.

L'esecuzione del test, tra l'altro, è estremamente rapida e innocua. La donna deve limitarsi a rispettare alcune banali regole, come non avere rapporti sessuali o utilizzare ovuli e lavande interne nei giorni precedenti l'esame. Questo non può nemmeno essere eseguito durante il flusso mestruale o nei giorni immediatamente precedenti o successivi allo stesso.

La donna viene dunque fatta accomodare sul lettino ginecologico come per una normale visita vaginale. L'operatore utilizzerà però uno speculum necessario per visualizzare correttamente l'area del prelievo, ossia il collo dell'utero e in particolare la giunzione squamo-colonnare (il punto di passaggio tra l'epitelio squamoso e pluristratificato dell'esocervice e quello cilindrico monostratificato dell'endocervice) dove si sviluppa la maggior parte dei carcinomi cervicali.

L'esame poi dura pochi secondi e consiste nel prelevare un campione significativo di cellule epiteliali spontaneamente esfoliate. Tale prelievo citologico avviene per la precisione a due livelli: il primo, esocervicale, strisciando delicatamente un'apposita spatola di legno. Il secondo, endocervicale, con il cosiddetto cytobrush (uno spazzolino in nylon che, per la sua flessibilità, penetra con maggiore facilità nel canale cervicale) o con un tradizionale tampone (un bastoncino fornito all'estremità di un sottile batuffolo di cotone idrofilo). 

Il materiale prelevato viene poi strisciato e fissato (in modo da evitare l'essicazione all'aria, quindi le possibili alterazioni cellulari) su un apposito vetrino che verrà successivamente inviato al laboratorio competente per essere opportunamente analizzato.

Da notare, a questo proposito, che i due campioni di materiale prelevato (quello esocervicale e quello endocervicale) vanno strisciati molto rapidamente sullo stesso vetrino ma in modo separato. Il vetrino, cioè, viene diviso in due metà longitudinali: in una metà viene strisciato il materiale esocervicale, nell'altra metà quello endocervicale.

I risultati ricavati dal Pap-Test sono corretti in circa il 70-80% dei casi. Gli errori più frequenti -, quindi soprattutto il rischio di falsi negativi - possono essere legati a svariati fattori: ad esempio a un prelievo inadeguato (per materiale insufficiente o mal strisciato) o alla presenza di sostanze interferenti (sangue e residui cellulari mestruali, sangue da prelievo traumatico, lubrificanti). E ancora problemi tecnici (fissazione inadeguata dello striscio), errori nella lettura (per incompleta visione del vetrino) o più semplicemente errori relativi alla compilazione delle schede di richiesta e referto che accompagnano il campione analizzato. La relativa frequenza (ogni due o tre anni) con cui alle donne viene consigliato di sottoporsi al pap-test serve anche a questo: a limitare l'incidenza - e le conseguenze - di tali, possibili, errori.


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Ultima modifica dell'articolo: 29/02/2016