Osteoporosi in menopausa

A cura di Eugenio Ciuccetti, Ostetrico


Uno dei problemi caratteristici con cui si devono confrontare molte donne in menopausa è quello dell'osteoporosi. Questo soprattutto se sono presenti alcuni dei principali fattori favorenti come, ad esempio, un'anamnesi familiare positiva, il fumo, l'uso di droghe, l'abuso di alcol o alcune patologie come una malattia renale cronica, l'ipertiroidismo e il diabete mellito.

Osteoporosi in menopausaL'osteoporosi consiste in un deterioramento complessivo dell'architettura scheletrica, con progressiva riduzione della massa dell'osso, che quindi diventa più fragile. Ne derivano, in sintesi, un'aumentata incidenza di algie ossee, mal di schiena e schiacciamenti vertebrali ma soprattutto un rischio accresciuto di fratture, anche in seguito a minimi traumi. Tipica è la frattura del femore.

In realtà la perdita di osso ci accompagna per gran parte della vita. Ma non c'è dubbio che la comparsa della menopausa incrementi in modo sostanziale tale percorso degenerativo.

Questo perché è ormai dimostrata la stretta relazione causale esistente tra carenza di estrogeni (tipica appunto della menopausa) e accelerata perdita di osso.

Le nostre ossa, d'altra parte, sono organi metabolicamente attivi, cioè sottoposti per tutta la vita a un continuo  processo di rimodellamento. Ogni anno circa il 10% della nostra massa ossea complessiva viene rinnovata, tramite meccanismi fisiologici di neo-formazione e riassorbimento. Cosa che, tra l'altro, consente al nostro scheletro di fungere - oltre che da supporto meccanico per il movimento, il sostegno e la protezione di organi e tessuti molli - da essenziale deposito di calcio e fosforo per tutto il nostro organismo.

Protagoniste di questo processo sono soprattutto due tipi di cellule: gli osteoclasti e gli osteoblasti. Entrambi derivanti dal midollo osseo, svolgono infatti due funzioni fondamentali: i primi sono deputati alla distruzione e al riassorbimento dell'osso; i secondi hanno invece il compito, costruttivo, di depositare una matrice organica amorfa, detta osteoide, che viene successivamente resa dura dalla precipitazione di calcio e fosfati.

Indispensabile anche il ruolo svolto dal paratormone (o ormone paratiroideo), dalla vitamina D e dalla calcitonina. Il paratormone - liberato dalle paratiroidi - determina una pronta liberazione di calcio dai depositi scheletrici ogni volta che il calcio sierico diminuisce. La vitamina D stimola l'assorbimento di calcio e fosforo a livello intestinale. La calcitonina inibisce infine l'attività degli osteoclasti e si oppone agli effetti del paratormone.

A monte di tutto questo contesto, gli estrogeni svolgono un ruolo centrale: ad esempio promuovendo il riassorbimento tubulare del calcio a livello renale; poi favorendo la conversione della vitamina D e il conseguente assorbimento intestinale del calcio; e ancora aumentando la sintesi di calcitonina che contrasta gli effetti dell'ormone paratiroideo.

Gli estrogeni inoltre agiscono su diversi fattori locali, stimolando indirettamente la formazione dell'osso, su cui svolgono anche un'azione trofica diretta. Una loro carenza, invece, si traduce automaticamente in una maggiore attività degli osteoclasti e in un aumentato riassorbimento.

In altre parole in menopausa, diminuendo gli estrogeni, avremo un minore riassorbimento intestinale e renale di calcio e una maggiore attività degli osteoclasti, con conseguente calo della massa ossea. A ciò si aggiunga che, mentre negli uomini le scorte di partenza sono generalmente superiori e il calo avviene lentamente, nelle donne il tutto si verifica in maniera ben più repentina e insidiosa.

Ecco perché da questo punto di vista le terapie estrogeniche sostitutive - di cui oggi vengono ampiamente dibattuti tutti i pro e i contro - possono contribuire a contenere l'osteoporosi in menopausa, riducendo significativamente il rischio di fratture. Ma ancora più importante resta la prevenzione che deve fondarsi innanzitutto su una consapevolezza di fondo: e cioè che una ridotta massa ossea costituisce il principale fattore di rischio.

Come influire allora su questa, quindi sulla sua proporzionale resistenza? Da un lato esistono delle componenti genetiche su cui non possiamo intervenire. Non c'è dubbio, ad esempio, che l'osteoporosi costituisca una minaccia più consistente per le persone di razza bianca, di carnagione molto chiara, di bassa statura e di corporatura minuta.

Esistono tuttavia altri fattori essenziali su cui è possibile intervenire precocemente e per tutta la vita. Questo vale ad esempio per l'alimentazione che - intolleranze permettendo - dovrà prevedere una consistente assunzione di latte e derivati mentre dovrà essere limitata dal punto di vista dei grassi e delle fibre (che legano il calcio e ne limitano l'assorbimento). È fondamentale, insomma, che la donna assuma, eventualmente anche tramite delle integrazioni, un'adeguata quantità di calcio. Questo tenendo presente che tale fabbisogno, dopo la menopausa, passa da 1 grammo (premenopausale) a 1,5 grammi al giorno.

Determinanti, poi, sono l'esposizione al sole (che favorisce la produzione di vitamina D) e l'attività fisica. Una vita sedentaria e una ridotta massa muscolare sono infatti altri importanti fattori di rischio per l'osteoporosi. Il semplice riposo a letto, ad esempio, comporta una perdita di minerale osseo.

L'esercizio invece - se coerente con l'età e il profilo complessivo del soggetto in questione - aiuta a stimolare la deposizione di matrice sulle superfici di rimodellamento, quindi la formazione di nuovo tessuto osseo. La ginnastica dolce e il Pilates rappresentano in questo senso un'ottima possibilità di allenamento anche per le fasce d'età più avanzate. L'attività fisica in menopausa, tra l'altro, svolge un ruolo chiave anche sotto molti altri punti di vista: aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari, contribuisce a mantenere il benessere psichico e una migliore forma estetica, permette di conservare sia un bilanciato peso corporeo che un buon tono muscolare.

Senza dimenticare che oggi esistono valide metodiche diagnostiche che possono aiutare le donne con fattori di rischio, o comunque dopo i 60 anni d'età - e gli operatori che la assistono - ad inquadrare correttamente il problema osteoporosi e dunque ad affrontarlo nel modo più efficace.

Dal punto di vista delle indagini strumentali, ad esempio, la Mineralometria Ossea Computerizzata (MOC) rappresenta ormai la metodica di riferimento. Questa - attraverso l'utilizzo dei raggi X e la valutazione del loro assorbimento da parte del tessuto osseo - permette di misurare il patrimonio minerale dello scheletro e il conseguente rischio di fratture. La MOC non è invasiva ed è priva rischi di radiazione per il paziente. L'esame deve essere ripetuto periodicamente (circa una volta l'anno) in modo da poter monitorare tempestivamente la presenza di eventuali modificazioni.



Ultima modifica dell'articolo: 09/02/2016

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