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Gravidanza
      Ultima modifica: 23/11/2011

Incompatibilità materno-fetale

A cura di Eugenio Ciuccetti, Ostetrico e Fitness Trainer


Vedi anche: test di Coombs


Per incompatibilità materno-fetale si intende una condizione caratterizzata dalla presenza nel nascituro di un gruppo sanguigno diverso, e appunto incompatibile, rispetto a quello della madre. Gruppo sanguigno che, in questo caso, il feto avrà evidentemente ereditato dal padre. Più in particolare, quindi, gli antigeni eritrocitari fetali non verranno riconosciuti dal sistema immunitario della donna che dunque tenderà ad immunizzarsi contro di loro.

Incompatibilità materno-fetaleTale immunizzazione - definita "allo-immunizzazione", in quanto riguardante individui appartenenti alla medesima specie - rischia di provocare gravi conseguenze a carico del feto e poi del neonato. In particolare si parla di Malattia Emolitica Neonatale (MEN) per indicare quella condizione in cui i globuli rossi fetali vengono appunto distrutti dagli anticorpi materni; da cui conseguenze come anemia emolitica, ittero, epatosplenomegalia, danno cerebrale.

Il problema non riguarderà tanto la prima gravidanza caratterizzata dal contatto tra gruppi sanguigni diversi, quanto piuttosto quelle successive in cui tale incompatibilità dovesse ripresentarsi. La prima gravidanza infatti sarà quella in cui l'eventuale contatto tra sangue materno e fetale porterà la madre a "sensibilizzarsi". Le gravidanze successive invece potranno essere quelle in cui tale, conseguente, immunizzazione produrrà i suoi reali effetti negativi sul feto. Perché ciò avvenga, comunque, occorre che si verifichino anche alcune altre fondamentali circostanze: ad esempio, gli anticorpi materni dovranno superare la placenta in quantità sufficiente per poter colpire efficacemente gli antigeni del feto.

Da notare, a questo proposito, che se lo stesso passaggio di sangue fetale nel circolo materno - soprattutto durante il parto e il secondamento - è piuttosto frequente, d'altra parte non è, almeno nella maggior parte dei casi, quantitativamente sufficiente a stimolare la reazione immunitaria materna.

In tale contesto occorre poi osservare che i gruppi sanguigni esistenti - caratterizzati da antigeni differenti - sono in effetti numerosi; tuttavia il problema dell'incompatibilità materno-fetale interessa soprattutto i sistemi AB0 ed Rh. Il primo caso è più frequente ma generalmente meno grave. Il secondo implica invece i rischi maggiori e si verifica quando una madre Rh negativa concepisce un figlio Rh positivo come il padre. Non sussistono invece problemi - almeno da questo specifico punto di vista - se entrambi i genitori sono Rh positivi, se entrambi sono Rh negativi o se la madre è Rh positiva e il feto Rh negativo.

Per questo motivo, oggi, è fondamentale conoscere tempestivamente il gruppo sanguigno e il fattore Rh di ogni donna in gravidanza ed eseguire il cosiddetto Test di Coombs indiretto sulle gestanti Rh negative. A scopo preventivo, poi, verranno rapidamente somministrate immunoglobuline anti-D a tutte le donne Rh negative che avranno partorito un figlio Rh positivo. Ciò proprio per contrastare il rischio di sensibilizzazione e di conseguente immunizzazione. Nella prevalenza dei casi, infatti, è proprio la presenza o meno dell'antigene D a caratterizzare rispettivamente l'appartenenza al gruppo Rh positivo o Rh negativo. Per verificarlo, comunque, ogni volta che il Test di Coombs risulterà positivo verranno eseguite anche la cosiddetta "tipizzazione" e "titolazione" degli anticorpi. Ciò chiarirà appunto il tipo di anticorpo e il grado di positività con cui avremo a che fare.


Letture di approfondimento

Incompatibilità materno fetale


Test di Coombs in gravidanza
Test di Coombs positivo e profilassi in gravidanza






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