A cura del Dott. Gian Marco Azzolini
Prima del 1980 il collasso cardiaco cronico veniva trattato solamente con riposo e medicinali per ridurre lo stress sul sistema cardiovascolare malato; dopo molti test e ricerche i clinici hanno rivalutato il ruolo di un esercizio regolare in pazienti con cardiopatie.
Adesso è chiaro che l'attività fisica migliora molti fattori in pazienti cardiopatie: la funzionalità muscolare, incrementa la capacità sub-massimale di eseguire sforzi, diminuisce le resistenze periferiche a livello dei vasi sanguigni, incrementa il picco di assorbimento di ossigeno, aumenta il picco di espressione di potenza, migliora i battiti cardiaci a riposo e la soglia ventilatoria nonché diminuisce la sensazione di affaticamento.
A causa di un battito cardiaco irregolare, durante la pratica dell'allenamento si deve sempre considerare il "range" appropriato di frequenza cardiaca: questo viene calcolato con la formula di Karvonen:
[(220-età-FC a riposo)x % intensità di lavoro]+FC a riposo;
(FC = frequenza cardiaca) la FC deve essere più bassa rispetto ai soggetti sani (50-55%) o tra il 40-60% del picco del VO2max(massimo consumo di ossigeno).
I pazienti con collasso cardiaco cronico hanno bisogno di un approccio graduale all'allenamento, con un buon riscaldamento che permetta la vasodilatazione prima della richiesta di uno sforzo. Essi possono gradualmente incrementare l'attività fisica aumentando la durata degli esercizi e dopo un lungo periodo di allenamento possono avere anche un programma autonomo di esercizi da svolgere anche a casa.
L'allenamento di "resistenza" con sovraccarichi bassi e un alto numero di ripetizioni previene l'eccessiva tensione e l'apnea (tipiche dell'allenamento per la forza) che sarebbero dannose perché aumenterebbero di molto le richieste del cuore.
Ogni tipo di guadagno nella capacità di svolgere esercizi è accompagnato da un miglioramento nello stato sintomatico e nella qualità della vita del soggetto cardiopatico.
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