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      Ultima modifica: 23/11/2011

Alfafetoproteina in gravidanza

L'alfafetoproteina (AFP) è una sostanza glicoproteica prodotta sin dalle prime fasi di gravidanza, dal sacco vitellino prima e dal feto poi. Durante la vita intrauterina, il nascituro la sintetizza soprattutto a livello epatico, con un contributo marginale da parte di reni ed apparato gastroenterico. Dopo la nascita, i livelli di alfafetoproteina iniziano a diminuire raggiungendo valori tipici di un adulto nell'arco di un anno.

Alfafetoproteina in gravidanzaDurante la vita intrauterina, l'AFP rappresenta la principale proteina plasmatica fetale ed esercita, in tal senso, funzioni del tutto simili a quelle dell'albumina; le sue concentrazioni sieriche tendono ad aumentare sino alla fine del primo trimestre, raggiungendo un picco di circa 3 mg/mL tra la 10a e la 13a settimana di gestazione. Successivamente, i livelli di alfafetoproteina scendono in modo esponenziale tra la 14a e la 32a settimana, al termine della quale ammontano a circa 0,2 mg/mL; tale discesa va di pari passo al progressivo aumento della sintesi di albumina (quella che sarà la principale molecola proteica del plasma), all'aumento del volume ematico e alla diminuita sintesi epatica di alfafetoproteina. Indipendentemente dalle concentrazioni amniotiche di AFP, una parte proporzionale di questa sostanza raggiunge il circolo materno, in parte superando le membrane fetali e la decidua uterina (via transamniotica) ed in parte attraverso la via transplacentare.

Durante le primissime fasi di gravidanza l'alfafetoproteina sembra diffondere dal circolo fetale al liquido amniotico attraverso l'epidermide, che in queste fasi non è ancora cheratinizzata. Ad ogni modo, non appena i reni fetali iniziano a funzionare (verso la fine del primo trimestre), l'alfafetoproteina entra nelle urine del feto e da qui passa nel liquido amniotico.

Significato clinico

I livelli di alfafetoproteina nel sangue della gestante possono SALIRE eccessivamente a causa di:

Età gestazionale sbagliata, poiché i valori di riferimento variano ampiamente durante le varie fasi di gravidanza.

Minaccia di aborto

Morte intrauterina (morte del feto)

Gravidanza multipla

Distacco della placenta

Difetti del tubo neurale, come spina bifida ed anencefalia

Contaminazione con liquido amniotico (se il campione di sangue viene prelevato dopo amniocentesi o dopo prelievo dei villi coriali)

Neoplasie materne epatiche od ovariche

Altre anomalie rare

Aumento fisiologico non correlato ad alcun genere di anomalia

Studiando l'andamento delle concentrazioni di alfafetoproteina nel liquido amniotico e nel sangue materno, gli studiosi hanno scoperto una correlazione positiva tra elevati livelli di AFP ed alcune patologie malformative, riguardanti soprattutto i difetti del tubo neurale come l'anencefalia (che porta alla morte del feto) e la mancata chiusura del tubo neurale (spina bifida, cioè quando le vertebre non avvolgono adeguatamente il midollo spinale). In effetti, di norma la concentrazione amniotica di alfafetoproteina è particolarmente bassa rispetto a quella plasmatica fetale. In presenza di un difetto del tubo neurale, invece, la soluzione di continuità che si crea tra il liquor ed il liquido amniotico determina il libero passaggio di grandi quantità di AFP, cosicché la concentrazione amniotica aumenta sensibilmente (insieme ai livelli di acetilcolinesterasi, un enzima specifico del tessuto nervoso che in queste condizioni subisce un significativo aumento). Le concentrazioni di alfafetoproteina possono essere misurate anche nel sangue materno come semplice test di screening, in modo da identificare le gravidanze a rischio che necessitano di ulteriori accertamenti, tra cui l'ecografia. Quest'ultimo esame, in particolare, viene attualmente preferito al dosaggio dell'alfafetoproteina come test di screening precoce, sia per la non proprio eccellente sensibilità di quest'ultimo che per l'ormai ottima capacità di individuare segni ecografici di cromosomopatie.

I livelli di alfafetorpoteina nel siero materno tendono ad aumentare anche in presenza di un distacco della placenta (abruptio placentae). Nella situazione opposta, cioè quando si registrano bassi valori di alfafetoproteina nel sangue materno, è maggiore il rischio che il feto sia affetto da sindrome di Down. Grazie a queste evidenze, il dosaggio dell'alfafetoproteina nel sangue materno rappresenta un valido strumento di screening, a cui molte donne con età a rischio vengono sottoposte tra la 15a e la 21a settimana di gestazione. Più in particolare, i livelli di alfafetoproteina vengono valutati - nel cosiddetto Tri-Test - insieme a quelli di altri markers biochimici, come l'HCG (gonadotropina corionica umana) e l'estriolo (estrogeno placentare) non coniugato. Altre volte si inserisce anche il dosaggio dell'inibina A e si parla pertanto di Quadruplo-Test.

Nelle gestanti portatrici di feti con sindrome di Down i tassi sierici di alfafetoproteina e di estriolo non coniugato diminuiscono, mentre aumentano quelli di gonadotropina corionica umana.

Anche in questo caso non si tratta di veri e propri test diagnostici, ma di esami di screening che - unitamente all'età della madre - consentono di quantificare il rischio che il feto sia affetto da sindrome di Down. Quando tale rischio si rivela importante le gestanti vengono indirizzate verso opportuni accertamenti diagnostici come l'amniocentesi.


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