La maggior parte dei preparati finora sperimentati ed abitualmente usati nella pratica clinica è rappresentata dagli inibitori dell'attività di retrotrascrizione di HIV e dagli inibitori delle proteasi. Tra gli inibitori della trascrittasi inversa, quelli già di corrente uso terapeutico sono gli analoghi nucleosidici (zidovudina, didanosina, stavudina e lamivudina, abacavir, emitricitabina) o necleotidici (tenofovir).
L'introduzione di questi farmaci nella terapia da HIV ha radicalmente modificato la possibilità di migliorare la prognosi di questa malattia, ma con il prolungarsi della sopravvivenza di queste persone aumenta anche l'importanza degli effetti collaterali della terapia, che, nel caso degli inibitori della trascrittasi inversa sono rappresentati da anemia, calo dei globuli bianchi e delle piastrine, tossicità per il fegato, per il rene e per il sistema nervoso centrale, diarrea, pancreatite, l'aumento dei trigliceridi, cefalea, malessere, febbre, nausea e vomito, rash cutanei, congiuntiviti, lesioni orali e malessere generalizzato e, nel caso degli inibitori delle proteasi, da accumulo di lipidi a livello addominale, cervicale, dorsale, lesioni alle arterie coronarie.
La preparazione di un vaccino per l'AIDS presenta particolari difficoltà dovute alla continua ipervariabilità dei geni del virus, dall'esistenza di molteplici sottotipi virali a diversa distribuzione geografica, dall'integrazione provirale nel genoma dell'ospite, e dalla possibilità di invadere e danneggiare irreversibilmente organi immunologici quali timo, midollo, sistema linfoghiandolare e sistema nervoso centrale.
Le infezioni opportunistiche si presentano in genere nella loro forma più grave e sono quasi sempre disseminate. Alcune infezioni da virus, batteri, funghi e protozoi sono difficilmente eradicabili; è necessario non soltanto il trattamento della forma acuta, ma anche una prolungata terapia di mantenimento, per evitare le recidive La prevenzione delle infezioni che ricorrono con maggiore frequenza (profilassi primaria) e delle recidive delle prime infezioni (profilassi secondaria) costituisce un importante obiettivo del trattamento dei pazienti con infezione da HIV.
La chemioterapia aggressiva porta ad un'elevata percentuale di remissioni dei linfomi non Hodgkin ad alto grado di malignità in pazienti HIV negativi, non è sempre tollerata nei pazienti con AIDS. Perciò, gli schemi di trattamento vanno adattati ad ogni singolo caso valutando i parametri immunologici e clinici della malattia di base.
Non sempre è possibile somministrare i chemioterapici sino alla fase di completa remissione, per la presenza o la comparsa di gravi infezioni opportunistiche, piochè i farmaci hemioterapici, al fine di uccidere le cellule tumorali, uccidono anche quelle del sistema immunitario del paziente. La terapia antitumorale va accompagnata da una profilassi delle complicanze infettive e, quando possibile, dal trattamento antiretrovirale.
La maggior parte dei pazienti nelle fasi più avanzate dell'AIDS presenta sintomi simili a quelli che si osservano negli stadi terminali dei tumori o di altre malattie irreversibili.
Questi comprendono manifestazioni dolorose a varia localizzazione, anoressia, perdita di peso, nausea, vomito, dispnea difficoltà respiratoria con "fame d'aria") e tosse, ai quali frequentemente si aggiunge una compromissione delle capacità cognitive e motorie causate dall'encefalite da HIV o da altre patologie croniche del sistema nervoso centrale che causano un notevole peggioramento della qualità di vita. Alcuni problemi rivestono particolare importanza: la diarrea, i dolori, la febbre ricorrente, l'ipotensione (pressione bassa) e la demenza. La diarrea va controllata con antidiarroici e con antiemetici (farmaci contro il vomito). La perdita di proteine ed elettroliti deve essere reintegrata con un adeguato apporto nutrizionale; in qualche caso di rapido dimagramento si è dimostrato vantaggioso l'impiego di steroidi anabolizzanti. Tra i sintomi che accompagnano gli stadi avanzati di malattia va ricordato il dolore. L'interessamento di più organi ed apparati ad opera di patologie infettive e neoplastiche, in particolare del sistema nervoso centrale e periferico, causa dolori locali o generalizzati, quasi sempre ricorrenti o persistenti. Una terapia farmacologica del dolore con antinfiammatori non steroidei (FANS) o con oppiacei (morfina) si rende sovente necessaria. L'astenia, la prostrazione e l'ipotensione, qualora se ne conoscano le cause possono essere almeno in parte corrette con terapie adeguate. L'assistenza familiare ed infermieristica, associata ad un supporto sia psicoterapeutico sia farmacologico, può essere d'aiuto.
L'adozione di provvedimenti quali l'esclusione e l'autoesclusione dei donatori di sangue appartenenti alle categorie a rischio, il controllo di tutte le unità di sangue ed il trattamento al calore degli emoderivati ha dato risultati concreti. Di più ardua valutazione è l'efficacia delle iniziative di prevenzione-informazione dirette ai soggetti con comportamenti a rischio, ai quali va consigliato di non fare uso di droghe, di evitare lo scambio di siringhe edi rapporti sessuali occasionali non protetti e di ridurre il numero di partner sessuali. I soggetti sieropositivi, infine, devono sottoporsi a periodici esami di controllo, evitare donazioni di sangue, sperma ed organi, informare il proprio partner ed i sanitari curanti. Alle donne sieropositive in età fertile va sconsigliato il concepimento.
Va tuttavia segnalato che la trasmissione materno-fetale è stata radicalmente ridotta dalla pratica di trattare la madre del nascituro con terapia antiretroviale a partire dalla sedicesima settimana, con la profilassi al momento del parto, con il trattamento preventivo del neonato e con l'allattamento artificiale. Si richiama inoltre la necessità di osservare rigorosamente le norme igienico-sanitarie atte ad impedire la trasmissione del virus (materiale a perdere o accurata disinfezione) nelle pratiche che implichino l'uso di aghi o strumenti taglienti, come interventi di piccola chirurgia, iniezioni, agopuntura, tatuaggi, manicure. Il rischio di infezione occupazionale da HIV è stato valutato dello 0,17% dopo esposizione cutanea e dello 0,49% dopo esposizione mucosa; negli operatori sanitari con esposizione accidentale a HIV è quindi raccomandata la profilassi con farmaci antiretrovirali.
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