Marco Pantani

L'uomo

 

Marco Pantani non ha mai avuto paura di apparire per quello che era veramente. Lo abbiamo visto in ogni veste, dal campione imbattibile e sicuro di se, fino ad arrivare a quell'uomo triste e solo degli ultimi anni di vita. Era uno di quelli che dicono sempre quello pensano, senza compromessi.

 

Marco Pantani

Mamma Tonina ancora oggi combatte per scoprire e punire gli assassini di Marco

 

La sua storia è una di quelle che fanno venire i brividi. Un susseguirsi di vicende sfortunate che non si augura a nessuno; purtroppo, però, per quanto terribile non è stato il primo e non sarà l'ultimo uomo a subire un trauma così profondo.

La sua è stata una crisi umana ed esistenziale incolmabile, nella quale si è ritrovato suo malgrado e dalla quale nessuno è stato in grado di sollevarlo. Eravamo abituati a vedere un uomo dai nervi d'acciaio, che poteva reagire in mille modi diversi e invece ha scelto il peggiore. Piano piano si è fatto sopraffare dalle sue emozioni e dalle sue paranoie, isolandosi e lasciandosi poi andare completamente.
Alla fine Marco Pantani non dev'essere considerato come un martire e nemmeno una vittima sacrificale di un sistema cinico e senza cuore, malgrado ci siano state delle colpe ben precise da parte di chi gli ha sbattuto la porta in faccia nei momenti cruciali della sua vita.
Noi tutti sappiamo che Marco Pantani non era neanche lontanamente un dopato (o quantomeno non di più o diversamente da tutti gli altri suoi colleghi dell'epoca) e lo sapeva bene pure lui. Invece di ripartire, come aveva sempre saputo fare in precedenza, si è sentito oppresso e incapace di reagire a quelle accuse infamanti e troppo vigliacche per essere veritiere.
Una grossa fetta di responsabilità sull'interpretazione della vicenda doping da parte dell'opinione pubblica va attribuita al mondo del giornalismo che, come troppe volte ci ha abituati, impiega un attimo a creare dei miti e ancor meno a distruggerli. Tutto quanto successo dopo Madonna di Campiglio è diventato pretesto per fare pettegolezzo sulla vita professionale e sulla sfera privata di Marco Pantani. Spesso si sottovaluta l'influenza dei giornali sull'opinione pubblica e sul morale dei diretti interessati, ma altrettanto spesso è valido il detto secondo cui "le parole feriscono più delle spade". La cosa più ingiuriosa nei confronti della memoria di Marco Pantani è che troppi di questi "spadaccini mediatici" si sono visti, mostrati e sentiti falsamente addolorati all'indomani della sua scomparsa.
Non sta certo a me, che nemmeno l'ho conosciuto, giudicare le sue scelte di vita ma a quel punto o andava avanti dimostrando a colpi di classe di essere pulito, o mollava tutto definitivamente perché, evidentemente, non valeva più la pena di dedicare tempo e risorse ad un sistema marcio. Invece ha preferito rifugiarsi nei luoghi a lui più cari, come quelli della sua giovinezza, nella speranza di ritrovare la serenità perduta e dove invece ha incontrato soltanto persone che non sono state in grado di aiutarlo nel modo giusto. E' stato incapace di tagliare quel cordone ombelicale che lo legava al mondo del ciclismo e alla sua Terra d'origine, dove vagava cercando disperatamente il Pantani di un tempo, pur sapendo che non sarebbe mai tornato.
La realtà è che Marco Pantani negli ultimi anni della sua vita non ha voluto né potuto sottrarsi a quello che era sempre stato e che sempre sarebbe voluto essere: un campione del ciclismo, legato indissolubilmente alla sua terra. Probabilmente in molti gli avranno consigliato di mollare tutto e ricominciare lontano da quei posti e da quel mondo che lo stavano uccidendo, lui, però, non avrebbe mai potuto abbandonare la bicicletta e la sua terra di origine, sarebbe stato come abbandonare se stesso. Lì, dove tutto era cominciato, sarebbe dovuto inevitabilmente finire.
Ancora una volta le sue ultime parole, scritte frettolosamente sul passaporto, tornano alla vergogna e alle umiliazioni subite negli ultimi anni, in un racconto a cuore aperto colmo di tutta la disperazione e la fragilità di un uomo che  egli stesso definisce "umiliato per nulla" e che si appella, per l'ultima volta, a chi lo credeva e lo sapeva innocente. Il testo recita: "Mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare".
Quello  che ci insegna la sua vicenda umana è che in certi momenti della propria vita bisognerebbe avere il coraggio di fare scelte radicali, anche se dolorose, per non finire vittime di se stessi. E quando si sentono frasi agghiaccianti del tipo "Marco ora sei libero di volare", "Marco ora finalmente puoi essere felice" io credo che non si possa fare a meno di indignarsi, perché si trasmette un messaggio sbagliato. Sono il primo a pensare che Marco Pantani sia stato annientato deliberatamente, sportivamente e non, ma bisogna anche essere consapevoli del fatto che lui giù dal sellino sia stato un "debole", incapace di reagire e di dare una svolta alla sua vita, finendo così vittima delle sue debolezze e di chi si è approfittato della sua situazione.


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Ultima modifica dell'articolo: 12/02/2016