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Salute
      Ultima modifica: 06/02/2012

Infarto miocardico

Diagnosi

La diagnosi di infarto miocardico si basa sulla ricerca nel sangue del paziente di markers specifici del danno cardiaco, unitamente all'esecuzione di un elettrocardiogramma per ricercare variazioni significative dell'attività elettrica del cuore (ricordiamo, a tal proposito, che il tessuto muscolare danneggiato è incapace di condurre l'impulso nervoso in maniera normale). Importante risulta anche l'anamnesi, che prevede - tra l'altro - l'analisi dei sintomi che hanno portato il paziente a richiedere l'intervento dei soccorsi.

La diagnosi differenziale va posta con altre cause tipiche di dolore toracico, come reflusso gastroesofageo, embolia polmonare, dissezione aortica, pneumotorace e rottura esofagea.

Per convenzione internazionale, si pone diagnosi probabile o definitiva di infarto se sono soddisfatti - rispettivamente - due o tre dei seguenti criteri: dolore toracico di tipo ischemico per più di 20 minuti, variazioni del tracciato elettrocardiografico ed alterazione dei marker sierici di danno cardiaco (come la frazione MB della creatina chinasi e le troponine I e T cardiospecifiche). Gli ultimi due punti hanno un'importanza superiore, in quanto abbiamo visto che alcuni casi di infarto si presentano in modo asintomatico o paucisintomatico.

In associazione agli esami tradizionali possono essere eseguite anche radiografie toraciche, angiografie coronariche ed ecocardiografie.

Farmaci e trattamento

Come ricordato più volte, il successo terapeutico dell'infarto dipende innanzitutto dalla prontezza con cui il malcapitato richiede l'intervento dei soccorsi sanitari. Altrettanto importante è che gli individui già colpiti in passato da un attacco cardiaco seguano scrupolosamente le indicazioni ricevute dai medici, che possono raccomandare l'assunzione di nitroglicerina o aspirina alle prime avvisaglie di un nuovo infarto.

I farmaci generalmente somministrati ai pazienti colpiti da un infarto possono includere:

aspirina: ha proprietà anticoagulanti e contribuisce pertanto a mantenere il sangue più fluido;

trombolitici: aiutano a dissolvere i coaguli di sangue che ostruiscono il normale afflusso di sangue al cuore. La loro efficacia terapeutica è tanto maggiore quanto più precocemente vengono somministrati, al punto tale che dopo 12 ore dalla comparsa dei primi sintomi i rischi di una loro assunzione (emorragie, ipotensione, bradicardia, reazioni anafilattiche, aritmie) superano i possibili benefici.

Nitroderivati: sono vasodilatatori non selettivi che riducono il lavoro cardiaco (minor sangue da pompare in circolo); di conseguenza abbassano anche il consumo miocardico di ossigeno, cosa particolarmente utile in caso di infarto.

Antiaggreganti piastrinici e anticoagulanti: ostacolano la trombosi e quindi un nuovo infarto.

Beta-bloccanti: riducono la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, hanno proprietà antiaritmiche ed abbassano la domanda miocardica di ossigeno.

ACE-inibitori: potenti vasodilatatori che riducono il lavoro cardiaco.
Farmaci per abbassare il colesterolo (ad es. statine e fibrati).

Tramite l'intervento di bypass si crea un ponte artificiale che permette di aggirare l'ostacolo alla circolazione e ripristinare il corretto afflusso di nutrienti alle aree sofferenti. Un paziente colpito da infarto può anche essere sottoposto all'angioplastica, una tecnica tramite la quale si introduce un catetere su cui è montato un palloncino; questo viene gonfiato all'altezza della stenosi (restringimento) esercitando un notevole schiacciamento del materiale che ostruisce il vaso.


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Infarto | Trattamento


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