Autoemotrasfusione

Definizione e tecniche di autoemotrasfusione

Prima dell'avvento dell'eritropoietina (EPO), la tecnica dell'autoemotrasfusione era piuttosto diffusa nel mondo dello sport.

Tramite questo procedimento era possibile incrementare il numero di globuli rossi, assicurando una maggiore disponibilità di ossigeno ai muscoli. Grazie a tale proprietà l'autoemotrasfusione era in grado di innalzare significativamente il livello prestativo dell'atleta.

AutoemotrasfusioneI suoi effetti dopanti si basano su presupposti fisiologici simili a quelli dell'EPO, delle tende ipo-ossigenate e degli allenamenti in altura.

L'autoemotrasfusione rientra nel cosiddetto "doping ematico o emodoping", che comprende diverse tecniche dopanti. Nel mondo dello sport viene considerata pratica illecita, in quanto unicamente tesa ad aumentare artificiosamente la prestazione sportiva.

Il doping ematico omologo si basa sull'utilizzo di sangue proveniente da un'altra persona (donatore), proprio come avviene tradizionalmente negli ospedali.

La seconda tecnica è rappresentata dal cosiddetto doping ematico autologo (autoemotrasfusione). Circa un mese prima della gara dallo stesso soggetto vengono estratti in media 700-900 ml di sangue, che vengono poi conservati a +4°C e rimessi in circolo uno o due giorni prima dell'impegno agonistico. In seguito alla trasfusione si verifica un repentino miglioramento della capacità aerobica e della prestazione nelle prove di resistenza (ciclismo, maratona, nuoto di durata, trhiatlon, sci nordico ecc.), garantito da un aumento della massa eritrocitaria fino al 15-20%. L'autoemotrasfusione non apporta invece benefici significativi agli atleti impegnati in discipline anaerobiche (sollevamento pesi, gare di salto e di sprint, lancio del peso ecc). In alternativa alla refrigerazione, che impone un periodo di conservazione massimo di 35-42 giorni, il sangue prelevato dall'atleta può essere congelato a -65°C in glicerolo, quindi conservato anche per 10 anni con apparecchiature idonee. Ciò permette di evitare un prelievo troppo vicino al momento della gara, periodo in cui l'atleta è impegnato in allenamenti che verrebbero compromessi dal calo prestativo associato al prelievo. In pratica, l'atleta ha oggi la possibilità di predepositare il proprio sangue anche anni prima della gara.

La tecnica dell'autoemotrasfusione viene utilizzata anche nella pratica medica, per esempio in preparazione di interventi chirurgici importanti.

Effetti positivi e pericoli per la salute

Nata a Ferrara nella prima metà degli anni 80, l'autoemotrasfusione causa un aumento pressoché immediato della massa eritrocitaria (entro 48 ore dalla reinoculazione si assiste ad un incremento medio dell'emoglobina plasmatica dall'otto fino al 15%). Dopo la trasfusione, l'atleta riesce così ad incrementare la propria prestazione dal 5 al 10%.
In seguito al prelievo iniziale l'organismo impiega invece circa 6 settimane per riportare i livelli di emoglobina nella norma.

Rispetto a tale metodica l'autoemotrasfusione neutralizza inoltre il rischio di contagio (AIDS; epatiti ecc.) ed evita  reazioni da sangue non compatibile.

L'autoemotrasfusione non è tuttavia priva di effetti collaterali: innanzitutto l'atleta accusa una diminuita performance in allenamento nei giorni successivi al prelievo ed il rischio che si formino coaguli di sangue dopo la reinoculazione (infarto, embolia, ictus) non è trascurabile.

Inoltre l'autoemotrasfusione introduce nell'organismo importanti quantitativi di ferro, con il rischio che questi vadano a compromettere la funzionalità degli organi di deposito (fegato, milza, pancreas e reni), già provati dall'intensa attività fisica.

Controlli antidoping e passaporto biologico

In questi ultimi anni la pratica dell'autoemotrasfusione è tornata in voga, dopo essere stata messa in pensione dalla scoperta dell'eritropoietina ricombinante e di sostanze affini. Il vantaggio di questa metodica dopante consisteva nella mancanza di test antidoping in grado di individuare l'atleta che ne ha fatto ricorso. Sebbene l'autoemotrasfusione abbia un'efficacia inferiore rispetto all'eritropoietina, è stata proprio la mancanza di test in grado di individuarla a decretarne il recente successo. In caso di doping ematico autologo, invece, nel sangue dell'atleta si possono individuare facilmente antigeni minori dei globuli rossi del donatore, e decretare così la positività e la conseguente squalifica.

Sebbene siano stati sviluppati test antidoping potenzialmente in grado di rilevare l'autoemotrasfusione, la lotta più semplice ed efficace a questo fenomeno, ed al doping ematico in generale, deriva dal monitoraggio periodico ed obbligatorio dei livelli di emoglobina, ematocrito, globuli rossi e reticolociti nel sangue dell'atleta (passaporto biologico). Differenze significative di questi valori tra una misurazione e l'altra (ad es. >13-16% per l'emoglobina) non possono essere dovute ad una variazione fisiologica, e sono pertanto spia di pratiche dopanti o di malattie in atto. Sulla base di questi dati un atleta, anche in assenza di tracce di prodotti dopanti all'esame antidoping, può comunque essere considerato positivo quando emergono variazioni significative dei suoi parametri ematologici rispetto allo storico riportato nel suo passaporto biologico. In caso di valori sospetti, ma non sufficienti dal punto di vista statistico a decretare con presumibile certezza la positività, l'atleta viene sottoposto a specifici controlli antidoping e ad un monitoraggio più stretto.



Ultima modifica dell'articolo: 23/05/2016