Esercizio fisico abituale e prevenzione

A cura della Dottoressa Michela Folli


Tutti coloro che si occupano di scienza dello sport sentono oggi il dovere di diffondere tra il grande pubblico gli importanti risultati conseguiti dalla ricerca ufficiale, in particolare in considerazione dell'evidenziata interrelazione tra corretto esercizio fisico abituale e benessere nell'uomo.

Esercizio fisico e prevenzione malattieScopo di questa breve presentazione è quello di fornire un fattivo contributo all'interscambio delle informazioni riguardanti gli effetti dell'esercizio fisico cronico maggiormente coinvolti nella determinazione di una migliore qualità della vita, certamente più sana e presumibilmente anche più lunga.

Nonostante il settore dell'informazione nell'area scientifica dell'esercizio fisico stia attraversando in Italia un primo periodo di timido dinamismo, non c'è ombra di dubbio che la circolazione delle informazioni costituisce un indispensabile piedistallo tramite il quale indurre nella popolazione una positiva significativa modificazione delle abitudini motorie. Con questo obiettivo è riportata qui sotto una sintesi conoscitiva dei principali aspetti biochimico-fisiologici provocati nell'uomo dall'attività muscolare ripetuta (allenamento).


* Aumento del massimo consumo di ossigeno e della gittata cardiaca. Il massimo consumo di ossigeno (VO2 max) è la quantità massima di ossigeno che il soggetto riesce a consumare quando viene sottoposto ad esercizio fisico dinamico di massima intensità. L'adeguato allenamento può condurre ad un aumento del VO2 max superiore al 20%. Gli effetti dell'allenamento sulla gettata cardiaca comprendono un aumento della massima gettata cardiaca (~10%), del massimo volume sistolico (~15%) e della massima differenza artero-venosa dell'ossigeno (~6%).

Gli effetti del riposo prolungato a letto (3 settimane), inducono invece effetti contrari a quelli dell'allenamento. Questo dimostra la malleabilità del sistema cardiovascolare, i cui limiti funzionali superiori sono determinati geneticamente, poiché la massima gettata cardiaca e il massimo consumo di ossigeno negli atleti sono risultati sistematicamente più elevati rispetto ai soggetti allenati, non atleti.


*Riduzione della frequenza cardiaca ad un dato consumo di ossigeno. Sono numerosi ed evidenti i vantaggi apportati dall'esercizio fisico al sistema cardiocircolatorio. Essi sono ben conosciuti fin dalla fine degli anni sessanta e riguardano l'aumento del massimo consumo di ossigeno, l'aumento della massima ventilazione volontaria, la diminuzione del contenuto di O2 nel sangue arterioso, l'aumento della massima gettata cardiaca e della massima gettata sistolica, l'aumento della massima differenza artero-venosa dell'ossigeno (NB: la frequenza cardiaca massima non è invece un parametro modificabile con l'allenamento, ma dipende sostanzialmente dall'età. Frequenza cardiaca mx. = 220 - il numero degli anni).

Per effetto positivo di tutti questi adattamenti, il soggetto è in grado di sostenere lo stesso sforzo (lavoro meccanico espresso in watt) con una diminuzione della potenza metabolica (espressa in ml di VO2 min-1).


* Riduzione della pressione arteriosa. Anche se non ci sono ricerche scientifiche completamente concordanti, la regolare attività fisica di tipo aerobico sembra avere effetti positivi nella riduzione della pressione arteriosa. I meccanismi coinvolti riguardano sia gli effetti diretti dell'esercizio fisico sui parametri emodinamici, sul tessuto nervoso e sul sistema umorale, sia indiretti tramite la riduzione del peso corporeo.


* Riduzione del lavoro del cuore. Il lavoro che il cuore effettua deriva sostanzialmente da due variabili: frequenza cardiaca e pressione arteriosa media (è la pressione diastolica, la cosiddetta minima, più 1/3 della differenziale). Gli individui correttamente attivi tendono a far lavorare di meno il cuore sia in condizioni di riposo (consumo di O2 ( MVO2 ) circa 20-24 ml min- 1) sia in condizioni di lavoro muscolare (100-120 ml min-1). In accordo a quanto sopra citato, tutti gli adattamenti cardiovascolari indotti da un corretto allenamento determinano una riduzione della richiesta miocardica di ossigeno, quindi una riduzione del lavoro cardiaco.


* Migliorata efficienza del muscolo cardiaco. L'allenamento alla resistenza, contrariamente all'allenamento isometrico, conduce ad un aumento del volume telediastolico, cioè della quantità di sangue presente nelle cavità ventricolari alla fine della contrazione, senza provocare particolari modificazioni delle pareti cardiache. Non possono essere interpretati allo stesso modo per l'uomo alcuni adattamenti metabolici dell'allenamento che sono stati invece riscontrati nel cane (aumento circoli collaterali);


* Aumentata vascolarizzazione miocardica. Non è ancora tutt'oggi completamente chiaro se in seguito ad allenamento si verifichi anche un concomitante aumento del letto coronarico con proliferazione dei capillari. Il fenomeno, se confermato, avrebbe una indubbia efficacia nella protezione di molte malattie del cuore. Nell'uomo è stato dimostrato che il flusso coronarico, cioè la quantità di sangue che arriva al cuore, è direttamente proporzionale all'intensità dell'esercizio fisico e che nel soggetto sano non si notano fenomeni di origine ischemica, cioè di diminuita quantità di sangue al cuore rispetto alle sue necessità metaboliche.


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Ultima modifica dell'articolo: 24/12/2015