Il ruolo del personal trainer

A cura di Marco Batistoni


riflessioni su un caso studio

Il giorno 28/9/2006 si presenta da me Maria Rossi, 34 anni, felicemente sposata e madre di un bambino di 3 anni. E' una ragazza spumeggiante, sempre sorridente, ma afflitta dall'obesità .

Al primo colloquio Maria si mostra molto preoccupata: viene da una lunga serie di diete fallimentari, quasi non osa sperare di poter raggiungere il dimagrimento tanto desiderato. Scherza parlando di taglie e minigonne, ma dietro l'apparente leggerezza del discorso noto la sua profonda malinconia

Personal trainerPersonalmente do sempre molta importanza al colloquio iniziale: mi consente infatti di conoscere il paziente, di far emergere le sue aspettative, la sua determinazione a raggiungere gli obiettivi che ci daremo insieme, e soprattutto di indagare, con molta delicatezza e discrezione, sugli aspetti emozionali e sugli eventi passati che possono influenzare profondamente la situazione presente, talvolta al punto di rendere meno efficace il lavoro.

 Iniziamo dunque la prima visita antropoplicometrica: su un'altezza di 165 cm ed un peso di 108 kg, i dati plicometrici evidenziano una percentuale di grasso del 33%, mentre l'esame impedenziometrico rileva una percentuale di massa grassa del 39,5%.

Negli appuntamenti successivi eseguo con Maria i test consueti: a livello strutturale presenta un'accentuata iperlordosi, con un'ipercifosi dovuta ad un atteggiamento posturale indotto, fra l'altro, da un seno molto abbondante.

Eseguiamo i test di flessibilità, forza e resistenza, valutiamo la VO2  e da qui inizia la mia prescrizione di esercizio: data l'inattività risalente all'inizio della gravidanza (con un'esperienza solo di corsa leggera nei rarissimi momenti di tempo libero), decido di iniziare con un allenamento a circuito che prevede l'uso della fitball, al fine di sviluppare anche le sue capacità propriocettive.

Sulla base dei dati emersi, le consiglio un programma di educazione alimentare che tenga conto del suo metabolismo basale e del dispendio energetico indotto sia dall'allenamento che dalle restanti attività quotidiane.

Come paziente Maria si comporta in modo molto diligente, si attiene scrupolosamente al programma, mette in mostra una grande determinazione; dopo circa 3 mesi di allenamento il suo peso scende a 103 kg. L'esame plicometrico evidenzia il 30% di grasso mentre l'impedenziometria scende al 37,2%.

 Le domando spesso se si attiene all'educazione alimentare in modo corretto e continuo. Lei mi risponde "Tutto ok, non ci sono problemi".

Le sedute di allenamento costituiscono per me anche un'importante occasione per valutare l'atleta a livello emozionale: parlando con Maria ho motivo di sospettare che nonostante lei affermi che "va tutto bene" soffra in realtà di disordini alimentari: me lo fanno supporre la sua storia familiare e le difficoltà incontrate durante l'infanzia e la pubertà . Le propongo allora di compilare un diario emozionale/alimentare, dove deve annotare ogni giorno, 24 ore su 24, cosa mangia, quando, con chi, in quali situazioni. Dal diario emerge che Maria è spesso sola, con le consuete difficoltà di una donna alle prese con un figlio piccolo, con la gestione della vita familiare e di un lavoro part-time, e che ha spesso attacchi di iperfagia, attacchi che qualche volta l'assalgono anche durante l'allenamento.

L'allenamento procede in maniera progressiva e Maria, incoraggiata dai primi risultati ottenuti, si dimostra sempre più determinata a seguire il programma.

A gennaio, nonostante l'intensità dell'allenamento aerobico e anaerobico sia crescente noto un ristagno dei risultati: gli esami antropoplicometrici non segnalano cambiamenti degni di nota, quindi decido di contattare uno psichiatra di fiducia illustrandogli il caso e le sue problematiche: sono infatti quasi sicuro che i problemi di Maria siano ben più importanti di quanto lei stessa sia pronta ad ammettere e che non possano essere risolti unicamente con una prescrizione di esercizio.

Lo psichiatra conferma le mie supposizioni, pertanto decido di parlarne con Maria. Ritengo infatti che il compito principale di un personal trainer sia quello di prendersi cura del benessere e della salute delle persone nella loro globalità, sia in senso fisico che psicologico.

 Il concetto di benessere a mio avviso va ben al di là del puro e semplice stato di forma fisica, dei miglioramenti estetici che nella maggior parte dei casi costituiscono solo la parte esplicita della richiesta e degli obiettivi del cliente. In questo senso è fondamentale la formazione dell'istruttore, che non può certo fare operazioni di questo tipo a cuor leggero. Il rispetto del paziente, la capacità di entrare in sintonia con le sue emozioni, di percepire i suoi disagi e di trovare la strada più idonea, diversa per ogni specifico caso, per aiutarlo a risolverli, sono cose che si imparano con anni di studio certificato e di esperienza sul campo. Non si può infatti cercare il risultato basandosi solo sull'allenamento o, peggio ancora, su un tipo di esercizio o di esecuzione rispetto ad un altro: spesso occorre rimettere in discussione lo stile di vita, il tipo di alimentazione (che a sua volta, come abbiamo visto, dipende strettamente dalla situazione emotiva) e per fare questo occorre la preparazione e l'umiltà di riconoscere dove termina la nostra competenza e dove inizia quella di altri professionisti, con i quali dobbiamo essere capace di lavorare in sinergia.

Ma torniamo a Maria: durante un colloquio pieno di emozione, accetta il mio consiglio e decide di prendere un appuntamento con il professore.

Mi racconterà poi che una lunga seduta ha fatto emergere in modo particolareggiato tutte quelle problematiche che avevo avuto modo di sospettare durante il nostro percorso di lavoro insieme. Lo psichiatra le prescrive due farmaci che non mirano ad aiutare la paziente a "bruciare" le calorie in eccesso, ma che sono volti al trattamento delle cause scatenanti il disturbo alimentare (hanno quindi effetti sedativi sull'iperfagia).

Nel frattempo continuiamo gli allenamenti: alternando circuit training a sedute più mirate al potenziamento muscolare, arriviamo alla metà di aprile. Eseguiamo di nuovo gli esami antropoplicometrici: si evidenzia una percentuale di grasso del 22%, il peso è sceso a 95 kg e l'impedenziometria rileva una massa grassa del 30%.


Ora Maria sta bene, si allena con ancora più entusiasmo e determinazione, ha quasi completamente superato le difficoltà che le procuravano gli attacchi di iperfagia e ha visto di nuovo il suo peso scendere in maniera ponderale. Io le dico sempre che siamo solo all'inizio che ha ancora tanta strada da percorrere, al termine della quale l'attende un guardaroba pieno di minigonne!


Ho scelto di parlare di questo caso studio per  evidenziare che per la riuscita di una prescrizione di esercizio è importante valutare il soggetto a 360 gradi, essere pronti e capaci di farsene carico nella sua globalità, senza fossilizzare troppo l'attenzione sugli esercizi o sugli attrezzi come purtroppo si sente fare sempre più frequentemente anche dai media. Non esistono esercizi o attrezzi "miracolosi", nessun esercizio, preso a sé ed estrapolato da un certo tipo di contesto, ha un valore intrinseco e fondamentale rispetto ad altri.

La mia conclusione? Beh, è questa: la ricetta magica non esiste, con buona pace dei tanti guru del fitness. Nella nostra professione sono molto più importanti (direi che sono anzi fondamentali) le molteplici competenze (a livello metabolico, biomeccanico, nutrizionale, psicologico, medico) non tanto per arrogarci responsabilità che ovviamente non ci competono, quanto per essere in grado di capire quando è necessario cercare la collaborazione con altri professionisti per una gestione comune del paziente.



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Ultima modifica dell'articolo: 18/02/2016

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