Allenamento in altitudine

Quinta parte


EFFETTI CARDIOVASCOLARI DEL SOGGIORNO E DELL'ALLENAMENTO IN ALTURA


Oltre agli aspetti strettamente fisiologici, riguardanti la performance atletica, un aspetto interessante per il cardiologo dello sport è quello che riguarda gli eventuali effetti cardiovascolari del soggiorno e dell'allenamento in altura. La pratica regolare dell'esercizio fisico riduce la morbilità e la mortalità per malattie cardiovascolari in funzione del tipo, della frequenza, della durata e dell'intensità dell'attività fisica, ed è ragionevole supporre che anche le condizioni ambientali nelle quali essa si svolge abitualmente possano avere un ruolo significativo.

Allenamento in altitudineIn popolazioni esposte cronicamente all'ipossia da alta quota, sono stati riportati una ridotta concentrazione ematica di colesterolo totale e LDL, una minore prevalenza di cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa e accidenti cerebrovascolari, con conseguente riduzione del tasso di mortalità per malattie cardiovascolari. Una riduzione del colesterolo totale e LDL, dei trigliceridi e della pressione arteriosa, sono stati riportati anche in seguito ad un'esposizione acuta all'ipossia in soggetti che normalmente vivono a livello del mare.
Volendo sintetizzare questi concetti, potremo dire che l'ipossia, comunque indotta, è un efficace stimolo eritropoietico, sebbene la risposta individuale appaia variabile. Gli adattamenti ematologici, muscolari e respiratori che conseguono a tale stimolo permettono all'atleta di incrementare la propria capacità di trasportare ossigeno ed utilizzarlo in periferia. Beneficiario ideale dì queste pratiche è l'atleta di resistenza, nel quale all'aumento della potenza aerobica segue il miglioramento della prestazione di gara. Di contro, i valori di Hb e Hct raggiunti non sono molto elevati, e comunque non tali da far ipotizzare un rischio trombotico. L'attività fisica in quota sembrerebbe in grado di ridurre ulteriormente, rispetto al solo esercizio fisico, il rischio di malattie cardiovascolari (ma questi dati, estremamente favorevoli ai montanari e al turismo in montagna e sfavorevoli a noi poveri marinai, debbono essere confermati).


FISIOLOGIA DELL'ALTITUDINE


All'aumentare dell'altitudine, l'aria che raggiunge gli alveoli contiene meno ossigeno. Le pressioni parziali di anidride carbonica non cambiano molto in termini assoluti in quanto questo gas costituisce solamente una piccola componente dell'aria.
Siccome la Po2  alveolare diminuisce con l'altitudine, la Pco2 arteriosa diminuisce a sua volta, determinando una condizione nota come ipossiemia. Con livelli bassi di ossigeno nel sangue, una minor quantità di ossigeno è disponibile per i tessuti, determinando ipossia (diminuzione di ossigeno nei tessuti). Il grado di ipossia dipende dall'altitudine e da quanto a lungo la persona vi è rimasta.
Inizialmente l'ipossiemia dà luogo a risposte di compenso nel tentativo di ristabilire la Po2  arteriosa. Se la Po2 scende sotto i 60 mmHg, i chemocettori periferici vengono attivati e il centro respiratorio aumenta la ventilazione. Se però la ventilazione aumenta troppo rispetto alla richiesta metabolica, sia la Pco2 arteriosa che la concentrazione di ioni idrogeno nel sangue diminuiranno, determinando una diminuzione dell'attivazione dei chemocettori sia periferici che centrali e contrastando così gli effetti della bassa concentrazione di ossigeno. Si instaura quindi uno stato di alcalosi respiratoria. Con una diminuzione dell'acidità del sangue interviene uno spostamento verso sinistra della curva di dissociazione dell'emoglobina (aumento dell'affinità). Un aumento dell'affinità sta a significare che una minore quantità di ossigeno viene rilasciata nei tessuti, ma significa anche che una maggior quantità di ossigeno viene legata all'emoglobina nei polmoni.
Se la permanenza alle alte quote perdura per alcuni giorni, il corpo inizia ad acclimatarsi. I reni contribuiscono a mantenere l'equilibrio acido-base producendo bicarbonato per compensare la perdita di ioni idrogeno che accompagna la riduzione di PCo2 arteriosa. Se la permanenza dura molto tempo, intervengono altri fenomeni di acclimatazione. In risposta all'ipossia, i reni secernono l'ormone eritropoietina, che stimola la sintesi di eritrociti, determinando un aumento fino al 60% dell'ematocrito, condizione indicata con il termine policitemia. Con l'aumento del numero di eritrociti si provoca un aumento della concentrazione di emoglobina nel sangue, quindi un aumento della capacità di trasporto di ossigeno del sangue.
In seguito all'esposizione ai bassi livelli di ossigeno, i livelli di ossiemoglobina diminuiscono, causando un aumento della produzione di 2,3 DPG da parte degli eritrociti. Il 2,3­DPG diminuisce l'affinità dell'emoglobina per l'ossigeno, aumentando il rilascio di ossigeno ai tessuti e contrastando gli effetti dell'alcalosi.
Qualche volta, la permanenza alle alte quote non viene tollerata dall'organismo e si può sviluppare il cosiddetto mal di montagna cronico. I sintomi iniziali includono mal di testa, vertigini, stanchezza e respiro corto. Tale patologia può aggravarsi fino a causare disorientamento ed attacchi di cuore. I sintomi del mal di montagna sono causati principalmente dall'ipossia e dalla policitemia. Può intervenire anche la vasocostrizione polmonare, obbligando il lato destro del cuore ad un lavoro maggiore a causa di una maggiore resistenza.

Precauzioni e contrindicazioni dell'allenamento in altitudine

Il cardiopatico può essere a rischio se esposto all'alta quota per l'incapacità del cuore ad adeguare la propria prestazione in risposta allo stimolo generato dalla ridotta disponibilità di ossigeno. Ma dall'esperienza riportata dai vari autori si può affermare che i cardiopatici operati possono riprendere a frequentare la montagna a quote inferiori a 3000 metri, a patto che si rispettino alcune regole. Prima di tutto, si raccomanda un'accurata valutazione clinica che stabilisca, attraverso esami strumentali specifici lo stato di salute del paziente, le condizioni di funzione del suo cuore e l'adeguatezza della terapia. E' opportuno poi limitare l'attività fisica durante i primi giorni di soggiorno in quota durante il processo di acclimatazione; ridurre l'entità dello sforzo ed evitare l'attività fisica in condizioni climatiche sfavorevoli (giornate molto fredde e ventose o molto calde e umide); prestare attenzione a eventuali disturbi che possono insorgere durante lo sforzo o subito dopo (angina, dispnea, vertigini, affaticamento eccessivo); non fare attività fisica da soli, non sospendendo la terapia in atto, evitando gli aspetti dell'attività fisica che comportano un forte impegno muscolare e un intenso stimolo emotivo. Agli amanti dello sci alpino è consigliabile evitare la rapida salita ad alta quota con la funivia e la rapida discesa più volte al giorno. E' meglio rinunciare a una giornata in montagna piuttosto che doversi poi rammaricare.


Prima di iniziare un periodo di allenamento in altitudine è bene ripristinare i depositi di Ferro, specie in quegli atleti con ridotti valori ematici. Infatti gli atleti con deficit di Fe ++ non sono in grado di aumentare i globuli rossi in risposta all'altitudine.


IDRATAZIONE
Il mantenimento di una normale idratazione in altitudine è un elemento molto positivo ai fini della prestazione sportiva ad alta quota: infatti contribuisce ad eliminare i rischi legati alla disidratazione senza pregiudicare il trasporto di ossigeno ai tessuti.


ALLENAMENTO E VITA IN ALTITUDINE
Studi controllati su soggetti che trascorrevano un lungo periodo in altitudine vivendo ed allenandosi a quote moderate non sono mai riusciti a dimostrare un effettivo miglioramento delle performance a livello del mare. Questa metodica è invece valida se l'allenamento viene svolto ad alta quota.


NON PORTARE L'ATLETA IN MONTAGNA, MA PORTARE LA MONTAGNA ALL' ATLETA

Si è andata sviluppando negli ultimi tempi una metodica alternativa, in grado di apportare uno stimolo ipossico "a domicilio": le cosiddette tende ipossiche-ipobariche. Si tratta di strutture chiuse nelle quali l'atleta soggiorna per alcune ore al giorno (in genere quelle notturne) respirando aria nella quale è stata ridotta artificialmente la pressione parziale di ossigeno. Questo metodo è sicuramente più economico di quello tradizionale e di più facile da utilizzare, ma vi sono al momento notevoli discussioni sulla sua liceità.
Brevi esposizioni ipossiche (1.5 -2.0 ore), sono sufficienti a stimolare il rilascio di EPO, quindi ad incrementare i globuli rossi.


VIVERE IN QUOTA ED ALLENARSI A LIVELLO DEL MARE

Questa strategia combina l'acclimatazione ad una altitudine moderata (2500m) con l'allenamento ad una quota inferiore (1200m) e si è dimostrata in grado di migliorare le performance a livello del mare per prestazioni della durata di 8-20 minuti.


TIPI DI ESPOSIZIONE: 3 GRUPPI


1. Vive a 2500m, si allena a 1250m (High-Low)
2. Vive a 2500m, si allena a 2500m (High-High)
Ambedue i gruppi che vivono a 2500m mostrano un aumento dell'EPO, del volume di eritrociti e del Vo2max. Sebbene il VO2 max sia aumentato in ambedue i gruppi che vivono a 2500m, solo il gruppo che ha effettuato le sedute di allenamento a bassa quota ha migliorato il tempo sui 5000m dell' 1,5%.


3. Vive e si allena a livello del mare su un tipo di terreno simile. (Low-Low)
I soggetti High-Low  sono in grado di mantenere sia la velocità di allenamento sia il flusso periferico di ossigeno durante le sedute di allenamento intenso (= 1000m di corsa al 110% di velocità rispetto alla velocità di gara sui 5000m) che sono fondamentali per il rendimento degli atleti che competono in gare di corsa.
I soggetti High-High durante le sedute di allenamento intenso correvano a velocità inferiore, con un minore consumo di ossigeno, una minore frequenza cardiaca e un minore picco di lattato.
Mentre gli atleti High-Low sono in grado di mantenere la capacità tampone dei muscoli, questo non accade negli atleti High-High.



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A cura di: Lorenzo Boscariol



Ultima modifica dell'articolo: 19/07/2016