I grassi fanno ingrassare?

Grassi: definizione, tipi di grassi e ruolo nella dieta

I Grassi Ingrassano?I grassi, o meglio lipidi, sono componenti nutrizionali estremamente importanti per l'equilibrio organico della “macchina uomo”; benché si accomunino per insolubilità in acqua, solubilità in solventi organici e consistenza untuosa, tra di loro i grassi sono estremamente eterogenei e si differenziano per struttura molecolare e funzione biologica.
I lipidi sono elementi ternari composti da carbonio (C), idrogeno (H) ed ossigeno (O), e si possono classificare in base alla loro complessità molecolare:

  • Semplici: Gliceridi, Steridi e Cere (esteri formati dal legame tra un alcol ed acidi grassi)
  • Complessi: Fosfolipidi e Glicolipidi (i quali contengono anche altre molecole)

Riferendosi all'intera categoria, i lipidi assolvono diverse funzioni; tra di esse ricordiamo:

In merito a quest'ultima funzione è opportuno scendere ulteriormente nel dettaglio.
I lipidi essenziali, cioè elementi che l'organismo NON è in grado di sintetizzare autonomamente, sono detti Acidi Grassi Essenziali (A.G.E) o Essential Fatty Acides (E.F.A.). Si presentano come semplici catene carboniose e possiedono entrambi 2 o più doppi legami (acidi grassi polinsaturi); essi prendono il nome di:

Gli AGE svolgono alcune importantissime funzioni quali:

  • Fluidificazione di membrana
  • Precursione dell'acido arachidonico, quindi di agenti pro-infiammatori (prostaglandine, trombossani ecc.), ma anche di citochine anti-infiammatorie
  • Azione ipo-trigliceridemizzante
  • Ottimizzazione della pressione arteriosa
  • Prevenzione del deposito vascolare di colesterolo e riduzione del rischio aterosclerotico
  • Incremento della captazione tissutale-recettoriale del colesterolo LDL.

Secondo i LARN; l'apporto complessivo di AGE deve costituire il 2,5% delle calorie totali suddiviso in:

  • 0,5% omega 3 (oppure da 0,5g a 1,5g/die)
  • 2,0% omega 6 (oppure da 4,0g a 6,0g/die)

Tuttavia, in virtù del potenziale effetto protettivo sul rischio cardiovascolare, le più recenti linee guida internazionali raccomandano apporti più generosi (tra il 6 ed il 12% delle calorie totali).

 

Senza trascurare l'estrema importanza degli AGE appena citati, è possibile definire che, dal punto di vista quantitativo, i lipidi di maggior interesse nutrizionale sono i gliceridi in quanto costituiscono circa il 96-97% dei grassi alimentari.
I gliceridi possono essere formati da una, due o tre catene di acidi grassi legate ad un alcol (il glicerolo) per formare rispettivamente mono, di o trigliceridi (o molecole miste come i fosfo-lipidi). La componente molecolare dei gliceridi che viene utilizzata DIRETTAMENTE al fine di produrre ATP (energia) è costituita dagli acidi grassi.

Gli acidi grassi differiscono per lunghezza (catena corta, media o lunga) e per il tipo di legami che li caratterizzano (i saturi sono privi di doppi legami, i monoinsaturi hanno un doppio legame e i polinsaturi possiedono due o più doppi legami).

Dopo questa breve introduzione è possibile fare maggiore chiarezza in merito alla quantità ed alla qualità lipidica desiderabile nella dieta dell'essere umano; veniamo dunque al punto:

I grassi fanno ingrassare?

La risposta non è semplice in quanto tendenzialmente fuorviante … ma in onore al vero:
NO, non sono i grassi a far ingrassare bensì l'eccesso calorico!


Il sovrappeso e l'obesità sono patologie per lo più riconducibili ad un bilancio calorico positivo(energia IN – energia OUT) ed all'abuso di alimenti ad alta densità energetica; è quindi opportuno sottolineare che: l'eccesso di ciascuno dei 3 macronutrienti (glucidi, protidi e lipidi), senza eccezioni ma con le dovute differenze, comporta scompensi metabolici ed induce l'incremento ponderale.

In base ai Livelli di Assunzione Raccomandata dei Nutrienti per la popolazione italiana (LARN), i lipidi dovrebbero costituire il 30% della porzione energetica totale nell'individuo in accrescimento ed il 25% nell'adulto, dei quali 1/3 saturi e 2/3 insaturi, avendo anche cura di raggiungere la quota di A.G.E. e di non oltrepassare i 300mg/die di colesterolo esogeno. Il lettore non si lasci forviare dalle diciture che vengono utilizzate nell'esposizione della stima; facendo il calcolo percentuale sul fabbisogno calorico totale dell'individuo si includono scrupolosamente e completamente anche i lipidi NON energetici, le cui funzioni molecolari risultano essenziali per il corretto mantenimento delle attività fisiologiche, quindi:

la stima quantitativa del fabbisogno lipidico attraverso la ripartizione energetica GARANTISCE anche l'apporto essenziale dei lipidi non energetici.

Tuttavia, introdurre una percentuale lipidica moderatamente superiore riducendo quella glucidica o proteica NON incide significativamente sul bilancio energetico e sulla composizione corporea. E' comunque d'obbligo specificare che, rispetto a protidi e glucidi, i grassi sono i nutrienti che possiedono un maggior potenziale d'ossidazione energetica; pertanto, comparando 2 pasti isocalorici dei quali

  • uno a prevalenza lipidica
  • uno bilanciato

è deducibile che quest'ultimo, avvalendosi di porzioni maggiori, risulti anche più saziante; inoltre, tenendo in considerazione che i lipidi NON sono idrosolubili e la loro concentrazione negli alimenti è spesso inversamente proporzionale all'acqua, lo svantaggio in termini quantitativi può fare la differenza. E' pur vero che la metabolizzazione dei grassi (come quella degli aminoacidi) ESULA dalla veicolazione insulinica e rallenta l'assorbimento dei carboidrati riducendo il picco glicemico e godendo di tutti i vantaggi attribuiti alla calma insulinica, quindi:

consumando pasti a moderata prevalenza lipidica si domina parzialmente il picco insulinico ma pur giovando (soggettivamente) di un minor appetito è necessario consumare porzioni alimentari più ridotte a discapito della sazietà gastrica.

Al contrario, eccedere sistematicamente ed in maniera massiccia nel consumo dei grassi e delle proteine (a discapito della quota glucidica) induce un graduale svuotamento delle riserve di glicogeno epatico e muscolare accompagnato ad un adattamento enzimatico tissutale muscolare che (verosimilmente) promuoverebbe il consumo dei lipidi rispetto a quello dei carboidrati. Inoltre, l'incremento dell'ossidazione lipidica e della neoglucogenesi amminoacidica (accentuata in condizioni di ipoglicemia e deplezione prolungata delle scorte di glicogeno) incrementa proporzionalmente la concentrazione ematica di componenti cataboliche come i cheto-acidi, l'ammonio e l' urea; in circostanze simili si osserva:

  • Un maggior carico epatico a causa dell'incremento di neoglucogenesi, quindi della trans-aminasi e relativo ciclo dell'urea
  • Un maggior carico renale a causa dell'iperosmolarità dei cheto-acidi e dell'urea con tendenza alla disidratazione sistemica
  • Eventuale alterazione scompensata del ph ematico che, in associazione all'ipoglicemia, nel lungo termine può indurre complicanze nervose centrali anche gravi.

In sintesi, l'eccesso prolungato di lipidi (sia saturi che insaturi) e protidi nella dieta a discapito della quota glucidica può indurre un miglioramento dell'efficienza ossidativa degli acidi grassi nelle cellule muscolari; questo aspetto non è da sottovalutare ed associato ad una minuziosa selezione qualitativa dei grassi insaturi a discapito dei saturi e può trovare applicazione (o dare spunto) nel trattamento di alcune patologie metaboliche (soprattutto quelle patogeneticamente correlate all'abuso di carboidrati raffinati nella dieta). Nonostante ciò, lo scarico glucidico importante e prolungato nell'individuo sano e fisicamente attivo presenta effetti collaterali concreti, plausibili e pertanto non trascurabili; tra di essi ricordiamo la compromissione della funzionalità nervosa centrale, la disidratazione sistemica, il sovraccarico renale e verosimilmente quello epatico.

 

In ultimo, traducendo in nutrienti i regimi alimentari iperlipidici è possibile osservare due aspetti degni di nota:

  • L'abuso di alimenti animali contenenti acidi grassi saturi e di prodotti alimentari “artefatti” contenenti acidi grassi insaturi idrogenati (forma trans) conduce inevitabilmente all'aumento delle LDL endogene
  • L'abuso di alimenti vegetali contenenti acidi grassi insaturi (monoinsaturi e polinsaturi omega 6) induce un aumento significativo dell'apporto di acido linoleico ma non incide altrettanto efficacemente nell'intake di acido alfa linolenico.

Come già specificato, i due A.G.E. devono rappresentare il 2,5% delle calorie totali, nello specifico omega 3 lo 0,5% ed omega 6 il 2%; la carenza di queste due componenti è senz'altro dannosa, ma da studi recenti è emerso che anche l'eccesso di omega 6 può indurre alcuni effetti indesiderati. Infatti, essendo precursore delle prostaglandine, l'acido linoleico in eccesso (dati accertati su dosi farmacologiche) è responsabile dell'aumento della risposta infiammatoria sistemica.

E' quindi possibile definire che: i regimi dietetici ad elevato contenuto di grassi saturi peggiorano significativamente la condizione lipidica ematica, mentre quelli ad elevato contenuto di acidi grassi omega 6 potrebbero incidere negativamente sulla condizione sistemica incentivando la produzione di molecole pro-infiammatorie.

In conclusione, è si possibile affermare che a percentuali più o meno equilibrate “i grassi non fanno ingrassare“; tuttavia, l'abuso prolungato di alimenti ad alto contenuto lipidico e la conseguente riduzione dei glucidi, dei protidi o di entrambi, nel lungo termine può causare scompensi omeostatici e/o metabolici clinicamente RILEVABILI ed assolutamente non trascurabili.


Bibliografia

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