Dieta e Febbre

Febbre ed iperpiressia

La febbre e l'ipertermia rappresentano due meccanismi patologici differenti, ma che generano entrambi piressia, una condizione NON fisiologica caratterizzata "dall'innalzamento anomalo della temperatura corporea".
Dieta febbreSia la febbre che l'ipertermia provocano il surriscaldamento corporeo, ma attraverso due meccanismi patogenetici totalmente diversi:

  1. La febbre è scatenata dal danno chimico ad opera delle citochine (mediatori chimici) sul "termostato" di regolazione centrale ipotalamico, che a sua volta genera un riscaldamento eccessivo
  2. L'ipertermia è generata dallo squilibrio tra termogenesi (produzione di calore corporeo) o riscaldamento esterno (come l'irradiazione solare) ed il sistema di termodispersione (vasodilatazione cutanea, sudorazione ecc.) al quale consegue un progressivo accumulo di calore.

Terapia

Da quanto esposto, è deducibile che l'approccio terapico tra le due forme di piressia sia del tutto differente; nell'ipertermia è fondamentale raffreddare rapidamente il corpo (ad esempio con acqua fredda) mentre nella febbre sono utili i farmaci antipiretici che agiscono ripristinando il "set-point" ipotalamico (ma anche in questo caso non si esclude l'utilità del raffreddamento per conduzione, ad esempio tramite spugnature di acqua fredda).

Classificazione Temperatura corporea
Sub febbrile 37,0-37,3°C
Febbricola 37,4-37,6°C
Febbre moderata 37,7-38,9°C
Febbre elevata 39,0-39,9°C
Iperpiressia > 40°C

NB. Curare la febbre e ridurre la piressia non sempre seguono lo stesso iter terapico; in caso di alterazione della temperatura è innanzitutto fondamentale individuare (se possibile) l'agente eziopatologico (ovvero la causa: infiammazione, infezione virale, ustione ecc.) responsabile dell'alterazione corporea, quindi eliminarlo. L'utilizzo dei farmaci antipiretici (come il paracetamolo) è utile per la riduzione della sintomatologia piretica della febbre ma NON costituisce una cura efficace. Ovviamente, qualora non sia possibile o indispensabile intervenire sulla causa primaria della febbre, gli antipiretici rappresentano l'unico intervento farmacologico applicabile.

Dieta nella febbre

La febbre è una processo ATTIVO che ricerca volutamente l'incremento della temperatura corporea; tale condizione è metabolicamente fondamentale per accelerare i processi enzimatici di tutto l'organismo, al fine di ottimizzare la reazione immunitaria e velocizzare la guarigione. Per questo motivo è indispensabile ridurre la febbre solo nel caso in cui superi il limite di sopportazione del soggetto.
Dal punto di vista metabolico, la febbre incrementa significativamente il dispendio energetico misurabile attraverso il consumo dell'ossigeno basale; le stime effettuate sulla popolazione generale indicano che per ogni grado centigrado (°C) al di sopra dei 37, l'organismo necessita del 13% in più di ossigeno per ottemperare al fabbisogno di tutti i processi fisiologici e para-fisiologici. Questo significa che, a parità di energia introdotta con la dieta, la febbre (incrementando i processi ossidativi energetici) può favorire la riduzione dei substrati energetici di riserva (adipe e glicogeno), diminuendo di conseguenza anche il peso corporeo; detto ciò, potrebbe sembrare ovvio che in presenza di febbre sia indispensabile modificare la dieta incrementando l'apporto energetico fino a coprire il fabbisogno minimo al mantenimento del peso corporeo; ad esempio:

Ipotizzando che il soggetto “X” possieda normalmente un dispendio energetico di 2000kcal, in caso di febbre a 39°C (di 2°C oltre la soglia dei 37°C) necessiterebbe di un surplus calorico del 26% (13% moltiplicato per i 2°C), ovvero 520kcal. A conti fatti, il soggetto “X” dovrebbe correggere la propria dieta aumentando l'intake calorico nel seguente modo:

  • 2000kcal + 520kcal = 2520kcal

NB. E' consigliabile mantenere un apporto proteico normale ed incrementare proporzionalmente sia i lipidi che i glucidi.

Nel caso in cui il soggetto “X” mantenga un apporto energetico di 2000kcal e la febbre a 39°C sia costante per 14 giorni, la somma algebrica tra le calorie introdotte con la dieta e le calorie bruciate in presenza di febbre sarebbe NEGATIVO dando origine ad un calo ponderale:

  • [(2000*14)-(2520*14)]=(28000-35280)= -7280kcal

Inoltre, sapendo che FISIOLOGICAMENTE per eliminare 1 kg di adipe è necessario bruciare circa 7000kcal, è possibile affermare che il soggetto ”x”, durante 14 giorni di febbre a 39°C nei quali NON ha seguito una dieta adeguata, potrebbe subire un calo ponderale di circa 1kg.

Ovviamente, quest'esempio NON tiene in considerazione la presenza di moltissime variabili (AD ESEMPIO LA RIDUZIONE DEL LIVELLO DI ATTIVITA' FISICA) che contribuiscono a determinare il bilancio energetico definitivo, pertanto deve essere considerato come una SEMPLIFICAZIONE assoluta.
NB. Qualora il lettore venga sedotto dalla possibilità di facilitare il dimagrimento NON curando la febbre o l'agente eziologico che la genera, ricordiamo che l'aumento del dispendio associato all'allettamento o all'immobilizzazione del paziente determina un calo ponderale NON selettivo che incide negativamente sia sul trofismo della massa muscolare che sulla consistenza della riserve di glicogeno epatico e muscolare.


Per avere un'immagine più realistica dell'impatto metabolico della febbre sull'organismo, è opportuno tenere in considerazione anche i seguenti punti chiave:

  1. Disidratazione: la febbre genera un incremento della temperatura corporea che spesso necessita maggiore termodispersione, quindi porta ad un aumento della sudorazione; pertanto, se la dieta non contiene un apporto idrico sufficiente, la riduzione del peso corporeo potrebbe indicare più disidratazione generale che depauperamento delle riserve energetiche. Se ne deduce che la dieta per la febbre DEVE innanzitutto garantire il fabbisogno idrico basale, compensare la sudorazione e facilitare il drenaggio renale di eventuali cataboliti farmacologici
  2. L'incremento del dispendio enegetico di base è compensato dall'INATTIVITA' fisica del soggetto: è opportuno considerare che (di solito) la febbre NON consente lo svolgimento delle comuni attività lavorative, ricreative e sportive; considerando che il dispendio energetico di un soggetto fermo a letto è quasi sovrapponibile al suo metabolismo basale (MB,) mentre il Livello di Attività Fisica (LAF) oscilla tra il +33% ed il 110% in più dello stesso metabolismo basale, è possibile affermare che normalmente la dieta per la febbre di UN SOGGETTO ALLETTATO O INFERMO dovrebbe apportare un quantitativo energetico INFERIORE a quello normalmente introdotto con l'alimentazione NONOSTANTE la febbre generi un incremento basale del 13% ogni 1°C. Ad esempio, per il soggetto “Y” che ha un metabolismo basale di 1300kcal e un Livello di Attività Fisica che aumenta il dispendio energetico del 55%, PER UN TOTALE DI 2015KCAL, rimanere a letto con 2°C di febbre (+26% delle calorie) significherebbe avere un dispendio totale di 1638kcal… BEN 377kcal in meno rispetto alla normalità!
  3. Vomito e malassorbimento legato alla condizione morbosa: nel caso in cui l'agente eziologico sia un patogeno (virus, batteri, protozoi o altri parassiti), oppure un'intossicazione da alcol etilico o da altri nervini, e la febbre sia accompagnata da vomito e diarrea, la dieta deve subire modificazioni drastiche. Innanzitutto ricordiamo che il vomito e la diarrea provocano una disidratazione accelerata, pertanto, la riduzione del peso corporeo si correla soprattutto al deficit volemico (di volume) del plasma sanguigno; in secondo luogo, l'incapacità di trattenere il cibo nello stomaco o la diminuzione dell'assorbimento intestinale riducono (a volte in maniera grave) la quota di energia ed elementi essenziali introdotti con la dieta. Quindi, oltre ad uno stato di malnutrizione generale transitoria, avviene una degradazione dei substrati energetici di riserva nonché di tessuto muscolare (favorito dall'immobilità del malato) riscontrabili nel calo ponderale indiscriminato (sia massa magra che massa grassa). In tal caso, la dieta per la febbre dovrebbe favorire il passaggio gastrico senza indurre vomito e predisporre una corretta digestione ed assorbimento; a tal proposito, è molto utile fare uso di cibi moderatamente proteici a maggior contenuto di carboidrati ed oli vegetali (semolino arricchito da leguminose passate e condito con olio extravergine d'oliva e poco formaggio grattugiato), facilmente digeribili (cotture semplici e non prolungate), favorire i cibi semi-liquidi (NON totalmente liquidi, perché il tubo digerente può reagire al senso di pienezza con l'impulso del vomito), con porzioni moderate e piuttosto frequenti; inoltre, sarebbe meglio EVITARE alimenti che contengono principi nutritivi difficilmente tollerabili come il lattosio.
  4. Anoressia transitoria: dal punto di vista comportamentale, i malati affetti da febbre non avvertono il bisogno (o lo stimolo fisiologico) di alimentarsi e di bere. Se la dieta della febbre non viene stilata e seguita con attenzione, oltre al rischio di malnutrizione, riducendo l'apporto idrico vengono peggiorati sia il potenziale di termodispersione che la capacità di filtrazione renale; in merito a quest'ultima, al contrario, dovrebbe essere incentivata facilitando così l'eliminazione dei cataboliti endogeni e farmacologici.

La dieta nella febbre deve tenere in considerazione tutti questi fattori al fine di ottimizzare il processo di guarigione e scongiurare qualsiasi effetto secondario legato alla malnutrizione; si consiglia di porre particolare attenzione all'apporto idrico, salino e vitaminico ma di non trascurare (se possibile) anche l'introito di alimenti contenenti le altre molecole essenziali (acidi grassi omega 3 ed amminoacidi derivanti da proteine ad alto valore biologico).

Dieta per la febbre: consigli pratici

  • In presenza di febbre, specie se associata a vomito e/o a diarrea, la prima preoccupazione è di assicurare una corretta idratazione. In genere, nell'adulto, l'acqua - bevuta a sorsi piccoli e frequenti - è sufficiente, mentre nel bambino vengono consigliate specifiche formulazioni reidratanti (es. Pedialyte). In caso di digiuno prolungato è possibile ricorrere ad apposite formulazioni reidratanti ed alcalinizzanti, a base di citrato di sodio e/o di potassio (es. biochetasi). In caso di vomito prolungato la reidratazione può avvenire anche per via endovenosa.
  • In caso di nausea e vomito, l'alimentazione solida per via orale va restaurata gradualmente appena possibile, e perseguita secondo la tollerabilità del paziente: acqua e liquidi reidratanti → marmellate e gelatine di frutta → purea di vegetali → pastina o riso in brodo → carne di vitello, di pollo e di pesce, eventualmente tritata per renderla più digeribile
  • Associata al riposo, la dieta dovrà essere leggera, quindi contenente alimenti di facile digestione senza grassi di cottura. I lipidi saranno limitati all'aggiunta di olio e burro crudi come condimento alle pietanze.
  • La dieta per la febbre predilige carboidrati e proteine magre. I carboidrati, di facile digestione, consentono di risparmiare le proteine muscolari dai fenomeni catabolici indotti dalla deplezione calorica e glucidica; inoltre, consentono di evitare la chetosi dovuta all'iperattivazione del metabolismo lipidico, tipica delle condizioni di digiuno prolungato.
  • Il latte parzialmente scremato, consigliato da alcuni medici in presenza di febbre, andrebbe evitato dagli individui intolleranti al lattosio. Il testo "Terapia medica ragionata" di Aldo Zangara suggerisce che "l'alimentazione del paziente con una malattia infettiva febbrile è inizialmente basata sul consumo di latte - che viene introdotto come principale alimento nella quantità media di un litro e mezzo al giorno (950 KCal e 46g di proteine) - uova, omogeneizzati di carne sciolti nelle minestrine, pastina, riso, semolino, biscotti, pane bianco, frutta cotta passata e zuccherata, bevande ecc. (i brodi di carne hanno scarso valore calorico)." Andranno quindi evitate le fonti proteiche più ricche di grassi e connettivo (ad es. fasci muscolosi, cotenne, ossa), preferendo tagli più morbidi e di facile digestione.
  • La dieta per la febbre prevede il consumo di numerose piccole razioni, per evitare un eccessivo appesantimento delle funzioni digestive.
  • Avvertenze particolari in determinate situazioni impongono naturalmente che l'ultima parola, sull'adeguatezza di una particolare dieta in caso di febbre, spetti al medico; ad esempio:
    • in caso di terapia prolungata con corticosteroidi occorre limitare l'apporto di sodio con la dieta ed aumentare quello di potassio, poiché questi farmaci determinano ritenzione di sodio ed aumentano l'escrezione di potassio
    • in caso di febbre associata a diarrea, i latticini e gli alimenti zuccherini (dolci, marmellate) andrebbero evitati, dato che potrebbero aggravare la condizione per questioni osmotiche. Tra i succhi di frutta - alimenti notoriamente utili per il riequilibrio idrosalino e vitaminico - andranno privilegiati quelli senza zuccheri aggiunti, o meglio ancora quelli preparati in casa, dato che al posto dello zucchero nei prodotti industriali vengono talvolta aggiunti dolcificanti dal marcato effetto lassativo (ad esempio i polioli: sorbitolo, mannitolo, xilitolo ed altri).
    • i latticini dovranno essere assunti a distanza di almeno 3-4 ore dalla somministrazione di tetracicline per os, dato che potrebbero inattivare il farmaco per precipitazione nell'intestino
    • in caso di febbre associata a grave epatite, la dieta dovrà essere ipoproteica

Bibliografia:

  • Trattato di clinica e terapia chirurgica. Volume 1 – F. Mazzeo – Piccin - pag 54:57


Ultima modifica dell'articolo: 01/08/2016