I limiti fisiologici dell'arbitro: la rilevazione del fuorigioco

Pubblicato da: DR.Alberto Zulianello, visita il suo Blog. Pubblicato

nella sezione Sport alle ore 22:57 del 23 Luglio 2012.


Nel corso di una partita vi sono innumerevoli situazioni di gioco durante le quali anche un buon spostamento ed un corretto posizionamento (il tutto supportato da un'eccellente condizione fisica) non consentono all'arbitro di valutare serenamente le dinamiche di un'azione. L'occhio umano infatti, nonché l'unico mezzo a cui l'arbitro stesso può affidarsi nel corso dei 90 minuti, non è preciso quanto quello di una moderna telecamera a bordo campo, in altre parole una macchina in grado di "vedere" una partita a velocità diversa rispetto a quella percepibile da un essere umano col fischietto tra le labbra. Quest'ultimo, inoltre, dirige l'incontro (non da fermo) da una diversa prospettiva, quella del terreno di gioco, dove misure e riferimenti talvolta sono percepibili in modo errato. In alcune occasioni, infine, l'arbitro può addirittura trovarsi ad essere coperto da un giocatore che, passandogli davanti, può coprigli la visuale: le variabili sono davvero molteplici e l'errore è sempre dietro l'angolo. Non è facile dunque avere la certezza di cogliere un'infrazione in modo corretto, soprattutto nel contesto del calcio moderno dove la velocità del gioco (oltre agli aspetti tattici) è cresciuta progressivamente. Questa grossa difficoltà emerge in modo piuttosto evidente nell'individuazione del fuorigioco, in riferimento stavolta non al direttore di gara ma ai suoi collaboratori, i cosiddetti assistenti arbitrali.
Nel corso degli anni, il ruolo dell'assistente dell'arbitro (prima del 1996 denominato "guardalinee") è mutato gradualmente in funzione al numero dei compiti che gli venivano assegnati. L'introduzione delle comuni bandierine, a partire dal 1947, e dell'auricolare per comunicare in tempo reale col direttore di gara, a partire dal 2005, hanno agevolato di gran lunga il rapporto con quest'ultimo. Tuttavia, nessun mezzo anche di natura tecnologica (approvato dall'I.F.A.B.) ha consentito all'assistente dell0arbitro di poter individuare il fuorigioco in maniera impeccabile.
Per individuare la posizione di off-side, l'occhio del collaboratore dell'arbitro deve essere in grado di seguire contemporaneamente 5 soggetti, per di più in movimento: l'ultimo difensore, il penultimo difensore, chi effettua il passaggio, chi lo riceve e il pallone. Non solo, deve determinare le posizioni assunte da ciascun soggetto citato in relazione agli altri 4. Si intuisce sin dall'inizio la grande difficoltà che comporta questo processo nello spostare lo sguardo da un oggetto ad un altro e mettere a fuoco in rapida successione i diversi elementi. Nelle condizioni ideali sono necessari 160 millisecondi per elaborare le informazioni visive relative al posizionamento di almeno 3 giocatori coinvolti in una determinata azione. Nelle situazioni, invece, dinamiche ed imprevedibili di una partita di calcio, dove i giocatori sono in continuo movimento (e non nella medesima direzione) e l'assistente arbitrale è affaticato e talvolta in fase di corsa, i tempi di reazione rallentano e un minimo calo di attenzione può portare a commettere banali errori o clamorose sviste.
L'istante in cui l'assistente dell'arbitro individua e determina mentalmente il fuorigioco si può comparare a quel momento in cui viene scattata una fotografia. Molto spesso, infatti, l'occhio umano è stato paragonato ad una macchina fotografica per la presenza di una pellicola altamente sensibile (la retina) e di una lente in grado di mettere a fuoco (il cristallino) i diversi piani di riferimento; tuttavia la similitudine si ferma qui. La qualità dell'immagine elaborata dalla retina prima, e dal cervello poi, in realtà è molto scarsa. La fovea, ovvero la zona centrale dell'occhio, è in grado di "vedere bene" solo piccole porzioni del campo visivo tralasciando il compito di ricomporre integralmente l'immagine, rilevata in modo grossolano dalla retina, ad altre parti del cervello. Ciò che si pensa di vedere in modo completo, non è l'immagine in sé, bensì la sua rielaborazione mnemonica (l'unica che la mente dell'individuo può riconoscere). In altri termini, la visione nitida delle cose (o per meglio dire l'illusione della nitidezza) è frutto del completamento da parte della nostra memoria. Inoltre, il cervello corregge continuamente l'immagine, grazie a rapidi movimenti oculari, al fine di mettere a fuoco l'immagine. Durante questi piccoli movimenti correttivi il cervello "spegne" la visione per evitare il cosiddetto effetto telecamera, quella sensazione di "mosso". Il meccanismo di base, chiamato "soppressione saccadica", viene eseguito allo scopo utilitaristico di eliminare la sensazione di scivolamento delle immagini che altrimenti si verificherebbe; può durare quanto una saccade, ovvero un 1/10 di secondo. In altre parole, durante questi movimenti rapidi dell'occhio il soggetto non possiede alcuna percezione visiva; la ricostruzione del black-out avviene tramite i processi mnemonici senza il nostro controllo. Così facendo, abbiamo la sensazione di vedere sempre e comunque. Il nostro cervello mette dunque delle "pezze" dove manca il filmato. In questa situazione di buio della durata di 1/10 di secondo (talvolta anche 2/10 di secondo), una vera e propria fase di oscurità fisiologica, riuscire ad azzeccare un fuorigioco risulta un'impresa davvero ardua; il cervello stesso dunque, in tali circostanze, è in grado di ingannare l'operato dell'assistente dell'arbitro.
Analizzando attentamente tutti questi parametri appare chiaro come sia estremamente difficile il compito dei collaboratori dell'arbitro, in particolare modo in relazione alla rilevazione dell'off-side. I tifosi e i giornali, molto probabilmente, continueranno a parlare di incapacitù della classe arbitrale ma la scienza, per una volta, prendere le difese delle tanto criticate "giacchette nere". La fisiologia non mente.

Bibliografia: Di Prampero e Veicsteinas, "Fisiologia dell'uomo" Edizioni Ermes

Valutazione: Articolo di ottima qualità
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