Training Autogeno

Pubblicato da: DR.Raffaele De Angelis, visita il suo Blog. Pubblicato

nella sezione Salute alle ore 18:47 del 16 Dicembre 2011.


I PRESUPPOSTI TEORICI DEL TRAINING AUTOGENO

Johannes H. Schultz nasce nel 1884 a Göttingen. Laureatosi in medicina, è dapprima internista, ma è ben presto attratto dalla psichiatria e dalla psicoterapia.
Sotto il magistrale impulso di scuole quali quella della Salpêtrière dove lavora Charcot e di Nancy dove opera Bernheim, l'ipnosi, tra la fine dell'800 e l'inizio del 900, era in voga in Germania, come a Vienna.
Anche Schultz partecipa inizialmente al movimento psicoanalitico sottoponendosi ad analisi per tre anni; se ne distacca, però, definitivamente per dedicarsi solo allo studio alla diffusione del suo metodo, tanto che già nel 1951 ( egli muore nel 1970 ), stimava ben 15.000 persone che si erano impratichite nella terapia autogena.
Le premesse teoriche del T.A. peraltro, sono assai remote risalendo esse ai primissimi anni del secolo e più precisamente agli studi che tra il 1894 ed il 1903 il neurofisiologo Oskar Vogt aveva avviato sul sonno e sul fenomeno ipnotico. Per una corretta impostazione teorica della metodica di Schultz è indispensabile rifarsi all'ipnosi e alle ricerche di Vogt, psichiatra tedesco, psicofisiologo e neuropatologo, il quale dedicò alla sua intera vita allo studio del vasto settore della medicina psicosomatica.
Secondo questo studioso l’ eteroipnosi è, essenzialmente, un training progressivo mirante a stabilire nel soggetto automatismi condizionati.
Egli considera il sonno come uno stato psico-fisiologico caratterizzato dalla inibizione di tutti quei meccanismi cerebrali che, a differenti livelli, funzionano invece durante lo stato di veglia. Queste ipotesi sul sonno formarono la base per le vedute di Vogt sulla natura dell'ipnosi.
Riferendosi al grado e alla dimensione della cosiddetta "inibizione del sonno", egli considerò l'ipnosi come un tipo di sonno artificiale che differisce da quello fisiologico solo nella misura in cui la riduzione dell'eccitabilità interessa meccanismi cerebrali più circoscritti o molto specifici. Per abituare il soggetto a realizzare lo stato di "sonno artificiale", Vogt procedeva lentamente con una serie di esercizi della durata di 2-3 minuti applicando all'inizio della seduta stimoli verbali molto semplici (ad es.: "confortevolmente rilassato", "calore confortevole", "in pace", "la tensione scompare", ecc.) in combinazione con quella che una volta chiamò "concentrazione passiva" ed invitando successivamente il paziente a descrivere ciò che aveva provato durante l'esercizio.
A mano a mano che il soggetto apprendeva il suo metodo, Vogt lo incoraggiava a realizzare una maggiore indipendenza dal terapista, invitandola praticare per proprio conto a casa, gli esercizi, "dormendo senza dormire", ai fini del recupero delle energie personali e per mantenere, conseguentemente, un miglior livello di efficienza.
Brodmann, Van Staaten, osservarono che la regolare, periodica pratica di questi brevi esercizi attuata, ad esempio, durante intensivi periodi di lavoro, riducevano lo stato di fatica, ristorava fisicamente il soggetto, aumentava l'autofiducia ed era, solitamente, associata ad un notevole potenziamento dell'efficienza personale.
Vogt sottolineò anche l'importanza della neutralizzazione autogena, cioè dello stato di indifferenza passiva del soggetto, che costituirà il nucleo centrale del metodo di Schultz.
Oskar Vogt e Johannes H. Schultz, si incontrarono nel 1924 a Berlino dove Schultz si era nel frattempo trasferito per praticare la psicoterapia. Egli aveva, in realtà, già sviluppato i concetti-base del "Training Autogeno" fondati sulle osservazioni da lui fatte nei pazienti che trattava con l'ipnosi, ma da quell'epoca in poi, i contatti tra i due scienziati divennero sempre più frequenti trovando essi, oltre che paralleli interessi di studio, anche comuni motivi di vita: il fatto, ad esempio, di essere ambedue figli di pastori protestanti; di essere cresciuti nel nord della Germania; di essere attratti dall'amore per la natura e per gli animali; di aver trascorso qualche tempo all’Università di Jena nella clinica psichiatrica di Otto Binswanger.
Fu nel 1905 mentre lavorava nella clinica medica dell’università di Breslavia sotto la guida di Richard Stern, che Schultz incominciò ad interessarsi di ipnoterapia. Fu qui, inoltre, che lesse i lavori di Oskar Vogt, venendo così a conoscenza del "metodo frazionato" fondato, come abbiamo visto, sugli studi che Vogt andava facendo, nel campo della psicofisiologia del sonno.
Come scrive Crosa, “training significa allenamento, cioè apprendimento graduale di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva, particolarmente studiati e concatenati, allo scopo di portare progressivamente al realizzarsi di spontanee modificazioni del tono muscolare, della funzionalità vascolare, dell'attività cardiaca e polmonare, dell'equilibrio neurovegetativo e dello stato di coscienza"; autogeno significa "che si genera da sé": ciò differenza questo metodo dalle tecniche autoipnotiche ed eteroipnotiche le cui realizzazioni somatopsichiche sono attivamente indotte dal soggetto o dal terapeuta. Si tratta dunque, di considerare tre aspetti particolari del T.A. e più precisamente:
1-la concentrazione psichica passiva;
2-le modificazioni progressive dell'unità biopsichica;
3-l'effetto che si consegue mediante l'allenamento autogeno.
Quest'ultimo, come vedremo meglio in seguito, si struttura secondo la sequenza di esercizi-standard che, partendo dai due fondamentali esercizi della pesantezza del calore ( fenomeni che Schultz ebbe modo di osservare nei soggetti sottoposti a trattamento ipnotico), si svolge in quelli del cuore, del respiro, del plesso solare e della fronte fresca.
Anche se rari, si notano casi in cui il T.A. non determina alcun mutamento degno di rilievo; altri in cui i mutamenti, invece, assumono aspetti paradossali; altri, infine, in cui la reazione alla tecnica muta in misura considerevole durante il periodo in cui si effettuano i vari esercizi.
Le stesse registrazioni biografiche, pneumografiche ed Eegrafiche, stanno a dimostrare tali differenze individuali che, come abbiamo prima osservato, dipendono da vari fattori esterni ed interni al soggetto. In generale si distinguono a tal riguardo tre categorie di soggetti:
a) i principianti, cioè coloro che iniziano per la prima volta l'allenamento;
b) coloro che praticano il T.A. per breve tempo, calcolato tra i 2- 4 mesi;
c) quelli, infine, che si esercitano per un lungo periodo: oltre i 3/4 mesi.
Per concludere osserveremo che un dato di un certo interesse nella reattività positiva o negativa alla tecnica, è rappresentato dal grado di cultura del soggetto e, quindi, dalla sua maggiore o minore capacità di comprensione del metodo; dall'entusiasmo con cui uno si accinge a praticarlo; dalla "tipo" di reattività personale che, per interferenze di varia natura, può risultare bloccata, ampliata, diminuita o paradossale.
Il T.A. non è una tecnica di sensi di valore semplice, esso è qualcosa di più: è una psicoterapia, che potremmo definire a breve termine, con la quale si possono ottenere sostanziali modificazioni psicofisiologiche e, di conseguenza, mutamenti strutturali nella personalità e nel modo di comportarsi. L'aspetto delle rilassamento è certo un elemento importante nel T.A. (come, del resto, in ogni forma di psicoterapia), ma esso deve essere inteso non già come il nucleo centrale della tecnica, bensì come un effetto della stessa.

Valutazione: Articolo di buona qualità
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Ultima modifica dell'articolo: 17/04/2015